Franco Corleone, Repubblica Milano 4.11.2001
E' dal tempo di lord Gladstone che si afferma, da pochi sinceramente,
da molti ipocritamente, che le carceri sono un indicatore dello
stato di civiltà di un Paese. Questo giudizio racchiude una
profonda verità che non può essere banalizzata. San
Vittore è una vergogna per Milano? E perché mai? Perché
è una struttura vecchia, fatiscente, in un luogo centrale
della città?
Il carcere di Opera o quello di Bollate, strutture di cemento armato
moderno, sono invece un fiore di cui menare vanto?
La vergogna per Milano e l'Italia è rappresentata dal numero
dei detenuti, quasi 58mila, che costituisce il record di questi
cinquantacinque anni di repubblica. Un vero fallimento per le politiche
di sicurezza sociale e di lotta alla emarginazione. Occorre urlare
che se l'Italia, sulle orme degli Stati Uniti, avesse cento o duecentomila
detenuti accolti in strutture fredde, asettiche e pulite, sarebbe
un paese più invivibile e più incivile di quanto non
sia oggi.
Il sovraffollamento non si risolve con la costruzione di nuove carceri
ma con una politica criminale e giudiziaria profondamente diversa.
Il direttore di San Vittore, Luigi Pagano, molti anni fa minacciò
provocatoriamente di attaccare un cartello con scritto: tutto esaurito.
Si continua a procedere a sfollamenti ma il numero degli arrestati
è tale per cui i detenuti continuano ad essere il doppio
della capienza. E' come svuotare il mare con un secchiello.
Occorre avere la consapevolezza che il carcere oggi ha una funzione
di discarica sociale su cui si esercita con facilità la rimozione.
Ripensare la stessa situazione carceraria nei suoi fondamenti e
nelle sue finalità, proprio a partire dalle attuali contraddizioni:
sono parole dell'arcivescovo di Milano, che conosce il carcere e
che ha riflettuto sulla pena e sul suo significato.
Il paradosso di San Vittore è che, pur essendo uno degli
istituti penitenziari italiani che in questi anni hanno provocato
l'attenzione e le censure del Comitato europeo contro la tortura,
è anche uno in cui maggiore è la vivibilità.
Ciò grazie alla capacità degli operatori che hanno
saputo costruire un clima favorevole a realizzare progetti di valore
culturale straordinario, come il giornale Magazine, il film Campo
Corto ed altre esperienze innovative.
Al di là delle scorciatoie semplificanti e delle finte soluzioni
c'è molto da fare. San Vittore non è un carcere modello,
ma è un pezzo di storia milanese, della sua cultura e delle
sue canzoni che sarebbe un delitto cancellare .
Ha certamente bisogno di radicali ristrutturazioni per renderlo
coerente con il nuovo Regolamento di esecuzione della pena che ha
l'ambizione di calare nella realtà il principio costituzionale
dell'articolo 27 sul reinserimento sociale dei condannati.
Per questo si sono già investiti dieci miliardi per la ristrutturazione
del terzo raggio che sarà consegnato a dicembre ed è
previsto un ulteriore finanziamento di dieci miliardi per i lavori
relativi al quinto raggio. Mi auguro che l'attenzione che si manifesta
sul carcere dopo una tragedia spinga ad una accelerazione di questo
progetto già in fase di realizzazione.
Ho in mente almeno una decina di carceri da chiudere immediatamente,
come Savona e Favignana, prima di San Vittore. Per chiuderli e non
rendere assolutamente invivibili altri istituti, occorrerebbe per
prima cosa imboccare con coraggio la via svizzera sulla droga, abbandonando
le scelte criminogene attuali e ancor più quelle che si annunciano
da parte di Fini, Moratti (Letizia) e Maroni.
Una politica di intelligente tolleranza avrebbe un sicuro effetto
positivo di caduta del tasso di quella criminalità che riempie
le nostre carceri per il cinquanta per cento.
Solo così si potrebbero chiudere i penitenziari senza aprirne
altri più capienti. Non mi turbano tanto i moralisti o i
sepolcri imbiancati. Provo ribrezzo che sulla pelle dei detenuti
si programmi una bella speculazione edilizia. Alegher.
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