L'Arco In Cielo - Il sito web di Franco Corleone
 Navigazione
Torna alla home pageScrivi alla redazione di FrancoCorleone.it
L'Agenda di Franco CorleoneL'attività parlamentare alla Camera
BiografiaDocumenti
Comunicati Stampa e ArticoliImmagini
CollegamentiRicerca
Periodico del Circolo dell'Ulivo di Ortona

Elezioni a Tolmezzo
Vota per Voler Bene a Tolmezzo
e alla Carnia
Leggi lo Speciale


La Colomba per il
Friuli Venezia Giulia

Ambiente Diritti Friuli Europa
Il sito è on line
www.colomba.info
FrancoCorleone.it
Stampa

ENTE DI DIRITTO PUBBLICO COL CDA NOMINATO DAL GOVERNO
Rai,il verde Corleone rilancia la riforma di Ernesto Rossi (1959)

Il Foglio del 7 marzo 2002

Signor direttore

Riordinando i ritagli di giornale (ognuno ha la nevrosi che si merita), ho letto con attenzione l’articolo che gli amici Taradash & Calderisi hanno dedicato il 20 dicembre 2001 sul Foglio alla proposta di Ernesto Rossi per una riforma della Rai. Anch’io ero rimasto colpito dal fatto che il convegno degli Amici del Mondo svoltosi all’inizio del 1959 intitolato “Verso il regime” avesse come sbocco un testo di legge per la riforma della Rai. Infatti la mozione conclusiva del convegno esprimeva il consenso alle relazioni di Mario Boneschi e di Leopoldo Piccardi e auspicava che le forze democratiche italiane sapessero “svolgere un’azione efficace per ottenere che strumenti di informazione e di formazione culturale di tanta importanza nella vita moderna non continuino a essere usati nell’esclusivo interesse di una parte politica”. Di fronte al rischio che, rispetto alla denuncia dello scivolamento verso il regime e alla lamentata crisi delle istituzioni, si rispondesse con il classico topolino partorito dalla montagna, era lo stesso Ernesto Rossi a rivendicare la scelta di metodo di dare una impostazione il più possibile concreta ai problemi della vita politica italiana. La scelta derivava dalla consapevolezza che “tutti ormai hanno capito quali pericolosi strumenti per il condizionamento dei cervelli, e quindi per la instaurazione di un regime totalitario, sono diventate la Rai e la tv”.

Oggi che viene riproposto l’allarme per il pericolo dell’instaurarsi di un regime, mi pare esemplare l’indicazione dei radicali di quaranta anni fa che denunciavano la creazione delle premesse di un nuovo tipo di dittatura morbida e tuttavia volevano dare un saggio di concretezza per portare subito la lotta in Parlamento, “nei ristretti limiti in cui questa lotta oggi è possibile”, per fornire a tutti i deputati e senatori di buona volontà un progetto già pronto su cui impegnarsi; per mostrare al paese quale può essere domani il metodo da usare per aprire nella sede adatta quella serie di dibattiti su argomenti precisi a cui gli zelatori del regime dovranno per forza risponde re. Nell’introduzione al volume, Paolo Pavolini concludeva con queste parole: “Il regime va incalzato e logorato senza tregua; a questo progetto se ne aggiungeranno altri: prima o poi, è fatale, il paese finirà per comprendere”. Al di là del giudizio sulla manifestazione di un estremo ottimismo della volontà, resta l’indicazione per la società civile, i professori e gli intellettuali di misurarsi con rigore sul terreno dei contenuti. Il progetto di legge fu immediatamente presentato in Parlamento il 12 marzo 1959, da Ugo La Malfa. Successivamente, il 22 giugno 1964, al Senato Ferruccio Parri presentò un disegno analogo e il 25 febbraio 1965 l’identico testo fu presentato alla Camera da Lajolo, Marchesi, Pajetta, Alicata, Rossana Rossanda. Nel 1994 all’inizio della XII legislatura presentai l’articolato di Rossi con le sole modifiche indispensabili alle mutate condizioni normative. Nella relazione ricordavo che la questione informazione era divenuta addirittura esplosiva per gli effetti sulle decisioni dei cittadini e per il ruolo proprietario del presidente del Consiglio e che si riproponeva l’urgenza di un dibattito e di decisioni sul servizio pubblico, sul duopolio e sull’antitrust. Le polemiche sulle nomine di allora, le proposte di attribuire all’Iri la nomina del consiglio d’amministrazione e la necessità di una riforma della “legge Mammì” mi avevano convinto a ripresentare il testo di riforma di Ernesto Rossi non per mera provocazione intellettuale, ma soprattutto perché in un momento in cui occorreva rifondare un “sistema” azzerando metodi di faziosità, censure, lottizzazioni, una proposta antica ma non polverosa poteva servire come termine di paragone anche per dimostrare che meglio si poteva fare in passato. Ovviamente il testo va letto tenendo conto che fu scritto in una situazione di monopolio, con presenza di una sola rete e con assenza del colore. Ma proprio la riflessione preoccupata dal peso sulla democrazia dei mezzi di comunicazione dimostra la modernità del pensiero di Ernesto Rossi, liquidato troppo spesso sbrigativamente come polemista e anticlericale. Non è questa la sede per illustrare nei dettagli la proposta, basti ricordarne i punti essenziali: l’obiettivo di una radicale riforma della Rai per assicurare l’imparzialità e l’obiettività dei suoi servizi secondo Ernesto Rossi richiedeva la trasformazione della Rai in ente di diritto pubblico eliminando la finzione giuridica di società per azioni; in secondo luogo la costituzione di un Comitato di garanzia responsabile del livello culturale di tutte le trasmissioni radiofoniche e televisive, della obiettività delle informazioni e della imparzialità della Rai nominato dal Parlamento e dal presidente della Repubblica, mentre il consiglio d’amministrazione sarebbe nominato dal governo. La commissione parlamentare di vigilanza “nata morta, va seppellita”. “Un monopolio che non si giustifica” Assai semplice ed efficace il meccanismo delle trasmissioni elettorali e di informazione politica previsto nella proposta, con eguale disponibilità di tempo per non consolidare le posizioni acquisite e non chiudere la strada agli uomini nuovi e alle nuove formazioni politiche. La conclusione di Ernesto Rossi era chiara: “Noi non siamo favorevoli al sistema americano che spinge le società radiofoniche e televisive ad accrescere i profitti soddisfacendo i gusti più grossolani delle masse. Ma al monopolio della Rai qual è oggi riterremmo preferibile perfino un sistema di pseudo concorrenza con tutti i suoi rischi e i suoi difetti. I ‘padroni del vapore’ ogni tanto litigano fra loro nella spartizione del bottino, e queste liti potrebbero aprire spiragli, attraverso i quali avrebbero una piccola probabilità di farsi ascoltare anche le voci oggi completamente escluse dai microfoni della Rai. Il nostro ideale politico non è l’unità, il conformismo, la quiete. E’ la molteplicità delle forze in contrasto, la gara in cui i concorrenti partano da posizioni il più possibile eguali, la partecipazione consapevole di tutti i cittadini alla vita politica del loro paese. Oggi la Rai è la voce del padrone. Il monopolio statale potrà essere giustificato solo se e quando la Rai diventerà veramente uno strumento per l’educazione liberale e democratica del popolo italiano”. Mi pare che contrariamente a quanto sostenuto dagli amici Taradash & Calderisi più che la privatizzazione della Rai, l’assillo di Rossi fosse la pubblicizzazione reale e la sottrazione agli interessi di parte, di un regime tirannico, anche se chiamato Democrazia cristiana o Repubblica popolare. Anche la proposta di Ernesto Rossi si iscrive nel lungo elenco delle occasioni riformatrici mancate. Sono passati quarantadue anni da allora, sono passati otto anni dalla mia provocazione, Silvio Berlusconi ha rivinto le elezioni, abbiamo un nuovo consiglio di amministrazione, ma i nodi di fondo, nelle condizioni mutate, appaiono ancora più aggrovigliati. Occorre un’idea nuova da cui ripartire. Franco Corleone