Franco Corleone dal Messaggero Veneto del 5 gennaio 2001
Lattuale dibattito sulla giustizia rischia di essere fuorviante
e soprattutto mistificatorio.
Levocazione di una urgente necessità di riforma elude
il dato di fatto incontrovertibile che il processo riformatore in
grado di incidere sulle complesse questioni del pianeta giustizia
sè iniziato nella scorsa legislatura.
Mai nella storia repubblicana si era registrata una produzione legislativa
così consistente e condivisa.
Il numero, elevatissimo, di provvedimenti approvati e il fatto che
tutti, o quasi tutti, siano stati approvati praticamente alla unanimità
dimostra che, a dispetto delle continue polemiche sul tema della
giustizia, era stato avviato un processo riformatore serio e capace
di aggredire i nodi e i problemi di fondo. Ricordo che le patologie
del sistema giudiziario alimentavano un rapporto di sfiducia dei
cittadini nei confronti della giustizia. Per invertire tale tendenza
negativa furono fondamentali i provvedimenti legislativi di istituzione
delle sezioni stralcio in materia civile e di istituzione del giudice
unico di primo grado. La prima riforma ha consentito di mettere
mano al gravissimo arretrato accumulatosi in anni di disfunzioni.
La riforma del giudice unico può essere definita come la
riforma. La riduzione del numero degli uffici giudiziari (da
1.427 a 747) da sola dimostra la sua rilevanza e la sua incisività.
A questi provvedimenti finalizzati a rimettere in sesto la macchina
giudiziaria vanno aggiunti la riforma dellarticolo 513 del
codice di procedura penale, la riforma del delitto di abuso dufficio,
le videoconferenze per i processi di mafia. E ancora: istituzione
dei tribunali metropolitani, depenalizzazione dei reati minori,
riforma del rito davanti al giudice monocratico.
Proprio ora che viene sventolata la bandiera delle garanzie processuali
per una difesa non di diritti universali, ma per interessi particolari
e personali, va ricordato che durante i governi dellUlivo
fu inserito in Costituzione il principio del giusto processo e furono
approvate riforme di garanzia essenziali come il gratuito patrocinio
per i non abbienti, la legge sulle indagini difensive e quella sulla
formazione della prova e infine il provvedimento relativo allequa
riparazione in caso di non rispetto della ragionevole durata del
processo.
Se a questo ricco e non esaustivo elenco di realizzazioni del centro-sinistra
si giustappone quanto è stato concretizzato dal governo Berlusconi,
si rimane agghiacciati per la cinica e spregiudicata determinazione
nellapprovare misure che trovano fondamento negli interessi
ben identificabili di gruppi sociali privilegiati, dal falso in
bilancio alle rogatorie.
Cè di peggio: anche la querelle sul mandato di cattura
europeo è servita ad alimentare la polemica tutta casereccia
sui pubblici ministeri rossi e a rimettere in circolo il trito e
ritrito tormentone sulla separazione delle carriere.
Una troppo scarsa attenzione viene riservata allentrata in
vigore con il nuovo anno della competenza penale del giudice di
pace che risponderà al forte aumento della domanda di giurisdizione
relativa a situazioni di microconflittualità, con la previsione
di pene non detentive di tipo riparativo, applicate direttamente
con lobiettivo di introdurre una figura garante della pace
sociale.
Eppure non si può sfuggire al fatto che la questione giustizia
è tornata a essere un elemento di contrapposizione e discriminante
tra i due schieramenti politici.
Lopposizione deve oggi porre in modo esplicito quella che
rappresenta la questione politica centrale, cioè la riforma
del codice penale.
Loccasione perduta della scorsa legislatura deve diventare
il termine di confronto di oggi per rendere limpido il tema dei
diritti e delle garanzie.
La Commissione Grosso per la riforma del codice penale, il 22 luglio
del 2000, licenziò il progetto di articolato in ordine alla
parte generale indicando nella «configurazione di un codice
penale fortemente caratterizzato dallimpronta garantista della
tradizione liberal-democratica» lobiettivo fondamentale
cui è stato ispirato il proprio lavoro. Il nuovo governo
ha nei fatti chiuso in un cassetto un lavoro di anni che aveva ottenuto
consensi qualificati e ha conferito al dottor Nordio lincarico
di predisporre un nuovo testo di codice penale.
Quale dialogo sarà possibile dopo la scelta del ministro
Castelli?
Il centro-sinistra dovrà tenere ferma la linea che deve essere
del tutto rovesciata limpostazione del Codice Rocco. Occorre
cioè porre al primo posto i valori della persona, della salute,
dellambiente ed è indispensabile riservare la sanzione
penale, e quella detentiva in particolare, solo alle violazioni
realmente lesive di beni fondamentali. La previsione di una riserva
di codice in materia penale che era prevista nel progetto della
Bicamerale si conferma come una scelta coerente in questa direzione.
Il diritto penale minimo non significa semplicemente una riduzione
quantitativa del numero dei reati, ma anche la previsione di nuove
sanzioni penali a tutela di beni in passato trascurati e non tutelati.
Sarebbe pazzesco che larchitrave dellazione riformatrice
fosse il codice del 1930. È invece necessaria una visione
progettuale in grado, da un lato, di affrontare i nodi critici del
sistema penale (criminalità organizzata, illegalità
dei poteri) rafforzando lazione repressiva e ponendo in essere
regole idonee a prevenire tali fenomeni; dallaltro, di non
interpretare in chiave esclusivamente repressiva i fenomeni di microcriminalità
che incidono gravemente sulla sicurezza dei cittadini, ma che rimandano,
inevitabilmente, ai grandi problemi sociali del nostro tempo: limmigrazione,
la povertà e lemarginazione, la tossicodipendenza.
Solo in un quadro concettuale riformatore di questo segno, la discussione
sullobbligatorietà dellazione penale ha una seria
ragion dessere. Infatti, è un problema che si lega
al principio di uguaglianza presente nella nostra Costituzione e
insieme pone scelte di politica criminale e sociale.
Alcune indicazioni della Commissione Grosso apparivano particolarmente
apprezzabili. In primo luogo il sistema delle pene, con il superamento
della centralità della pena carceraria e la valorizzazione
delle sanzioni alternative (in quanto più efficaci) e con
la riduzione dei livelli edittali delle pene, oltre allabolizione
dellergastolo.
Se questi sono i termini del vero confronto sulla giustizia, si
comprende bene che i propositi di Berlusconi manifestati negli attacchi
continui a Magistratura democratica vanno interpretati come una
chiara volontà di restaurazione.
È quasi ossessivo il richiamo a una logica bipartisan:
questo impegno si è realizzato nella scorsa legislatura in
Parlamento, nonostante gli scontri aspri sulla giustizia tra i due
poli con un atteggiamento che può apparire paradossale.
Ora, al di là del clima di rissa che può essere superato,
a mio parere debbono finalmente prevalere le scelte di valore inevitabilmente
contrapposte sul senso che il diritto e il sistema penale debbono
assumere in una democrazia tra la tutela dei poteri forti e la persecuzione
dei soggetti deboli.
Il centro-sinistra comprenderà che questa, e non le proposte
dellingegner Castelli, è la vera posta in gioco?
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