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PICCOLA POSTA
di Adriano Sofri
Il Foglio 23 gennaio 2001

Franco Corleone è mio amico, benché io sia un detenuto, e io sono suo amico, benché lui sia un sottosegretario. Abbiamo tutti e due un’attenuante: quando facemmo amicizia eravamo due persone normali. Ora la situazione è diventata così strana che per parecchi giorni non ne ho detto niente, per una specie di imbarazzo. Corleone ha intrapreso un digiuno, per sostenere la richiesta di votare il cosiddetto (del tutto impropriamente) “indultino”. Quando è stato evidente che non ci sarebbe stata una misura significativa di clemenza, né indulto né amnistia, il ministro della Giustizia ha proposto un insieme di misure, alcune delle quali avrebbero moderatamente ampliato i benefici previsti dalla legge penitenziaria. In sostanza, si trattava di portare, non automaticamente, da 45 a 60 i giorni semestrale di liberazione anticipata in caso di buona condotta. (Coloro i quali sono abituati a sentirsi dire che la buona condotta in galera non si nega a nessuno, sappiano che basta un rapporto a sospendere l’ammissione a qualsiasi beneficio, a prescindere dalla dimostrazione della sua fondatezza, e che i rapporti sono elargiti con estrema larghezza: ne ho chiesto invano la pubblicazione, sia pure anonima e per campione, per dare un indizio significativo dell’aria che tira nelle galere). La situazione si è fatta sempre più paradossale. Delle proposte governative, sono state approvate quelle che, qualunque giudizio se ne dia, avevano un’intenzione restrittiva, oltre che l’improbabile affare del braccialetto. L’“indultino”, approvato in un ramo del Parla mento, è fermo nell’altro, e intanto il Procuratore Generale della Cassazione, in un discorso ritenuto nell’insieme sobrio, si è detto contrario all’esistenza stessa della liberazione anticipata, uno dei pochi brandelli residui della straziata legge Gozzini. Conosco la leale passione di Corleone, e la frustrazione di un impegno, suo e di altri, teso a svuotare un oceano col secchiello: lunga lista di speranze mancate, da una riforma seria della penalizzazione delle tossicodipendenze alla abolizione dei manicomi giudiziari, dalla incompatibilità del carcere per i malati di aids alla sperimentazione del diritto a rapporti affettivi e sessuali. E’ stato approvato un nuovo regolamento penitenziario, del resto vastamente inapplicabile. Ora Corleone deve aver pensato che almeno le poche misure minime non travolte dalla reciproca demagogia elettorale meritano di essere prese sul serio, a costo di una testimonianza personale impegnativa come il digiuno. L’imbarazzo dei detenuti sta in una specie di inversione delle parti: perché i detenuti sono sfiduciati, sanno di aver gettato una seria e civile protesta al vento di una pubblica gara alla severità vendicativa, e si sono sentiti dire che la più civile delle loro proteste e testimonianze sarebbe stata un ricatto sulle pubbliche autorità. Questo spiega un silenzio delle carceri, e un apparente paradosso come questo: un uomo politico che mette in gioco il proprio corpo per una causa dignitosa, o almeno una specie di premio di consolazione alla chiusura di un anno sconsolato, e i supposti beneficiari che guardano con ammirata ma scettica solidarietà, oppure tengono la testa così bassa da non accorgersene nemmeno.