Il Ministro Fassino in occasione delle festività
aveva invitato i parlamentari a visitare le carceri in quanto i giorni
di allegria collettiva sono giorni di tristezza e solitudine per chi
è recluso. Non so quanti abbiano colto l'invito ricco di significato
e di intelligenza e che cosa abbiano detto ai detenuti. Sappiamo invece
della presenza di molti vescovi nelle carceri il giorno di Natale.
Adriano Sofri, partendo da questa notizia, ha richiamato l'attenzione
sulle parole del Cardinale Martini che ha ribadito la necessità
di una riflessione sul significato della pena e la sua identificazione
con il carcere ma soprattutto sulla frase densa di significato per
cui S.Vittore sarebbe il luogo a lui più caro di Milano. Ha
anche aggiunto di essere stupito che questo intervento non abbia suscitato
scandalo.
Ho letto i resoconti di altri interventi di vescovi in simili circostanze,
da quello di Udine a quello di Firenze e in tutti ho registrato un
atto d'accusa verso i politici per la mancata concessione di una misura
d'indulto. Per finire, anche il Cardinale Sodano ha espresso rammarico
per il mancato accoglimento dell'appello alla clemenza e a una misura
di riconciliazione.
Certo la politica può far finta di non sentire, alzare le spalle,
fingersi laica rivendicando la propria autonomia e responsabilità.
Ma per la politica, che è essenzialmente parola, il silenzio
è peccato mortale.
Ora che si è concluso il Giubileo e il miracolo non si è
realizzato, resta il problema di quali risposte dare al vasto e dolente
mondo del carcere dopo avere mostrato attenzione -dopo i fatti di
Sassari e la morte di Marco Ciuffreda - magari solo per paura delle
rivolte.
In molte occasioni ho detto che il rischio vero sarebbe stato, dopo
avere alimentato illusioni e speranze, raccogliere delusioni e disperazioni.
La frustrazione porta così alla violenza contro se stessi e
alla sfiducia totale.
La via della riforma nel e del carcere, per farne un luogo trasparente
e un'occasione di riscatto e di opportunità per l'inserimento
sociale ha bisogno di un clima positivo e del consenso di tutti coloro
che compongono l'universo penitenziario: direttori, polizia penitenziaria,
operatori del trattamento e detenuti.
Ad esempio, mettere in pratica i contenuti del nuovo regolamento,
richiede una condivisione e un impegno che solo una collettività
non mortificata può tentare.
La politica dunque non può tacere. Non può convincersi
che si sia scampato il pericolo e che il carcere possa continuare
ad essere la discarica sociale rimossa.
Il Ministro Fassino ormai molti mesi fa aveva presentato un piano
d'azione che in parte è stato recepito dalla Finanziaria e
dovrà essere realizzato dall'Amministrazione Penitenziaria
(edilizia, trattamento, lavoro, salute, assunzione di personale ecc.)
ma per altri risvolti attende una decisione del Parlamento.
Mi riferisco al disegno di legge, approvato dal Senato e sbrigativamente
definito "indultino", che è all'esame della Commissione
Giustizia della Camera ormai da alcuni mesi e che riguarda, fra l'altro,
l'ampliamento della liberazione anticipata e il rientro in patria
per i detenuti stranieri a tre anni dal fine pena.
Forse grazie alla pausa di riflessione di fine anno che ci ha sottratto
alla accecante quotidianità, mi è apparso chiaro il
rischio che quel provvedimento, pur con i suoi limiti, non si concluda
positivamente.
Il clima tra le forze politiche di maggioranza e opposizione non garantisce
che il fine legislatura si sottragga alla casualità più
cieca nella scelta dei provvedimenti che arriveranno al traguardo.
Certamente agiranno interessi ben più forti di quelli degli
ultimi della società.
Molti provvedimenti di estremo interesse, da quelli che riguardano
la Giustizia Minorile agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dall'affettività
in carcere a una completa depenalizzazione in materia di droghe, rimarranno
nel cassetto.
Ma almeno questo disegno di legge, al di là del giudizio nel
merito per quanto riguarda le soluzioni individuate, può avere
possibilità di conclusione positiva, così come il provvedimento
al Senato, già approvato dalla Camera, sulle detenute madri.
In ogni caso ritengo che il provvedimento debba essere esaminato e
che tutti si debbano assumere la responsabilità, pubblica,
di dire si o no, di approvare o respingere.
Non è accettabile un comportamento da Ponzio Pilato, addebitando
al fato, al destino cinico e baro, alla mancanza di tempo, l'insabbiamento.
Ho preso così la decisione di iniziare oggi un digiuno per
aiutare la consapevolezza di chi può e ha in mano la determinazione
del che fare.
Un digiuno, non uno sciopero della fame: non un'azione di protesta
o contro qualcuno e neppure genericamente di sollecitazione verso
l'opinione pubblica.
Vuole essere cioè un atto innanzitutto per aumentare la mia
capacità di attenzione e di riflessione per non essere distratti
dalle urgenze e priorità dell'ordinaria amministrazione.
Proprio per non vanificare e dare invece significato ai tanti interventi
riformatori approvati in questa legislatura, occorre concludere questo
percorso con un atto che nobiliti la politica e dia il senso di un
progetto ai singoli provvedimenti promossi.
Un atto rivolto in primo luogo al proprio campo, agli amici e compagni
solidali nelle lotte di libertà, con spirito di fiducia, con
umiltà e senza arroganza.
Occorre poco, solo che la conferenza dei capigruppo calendarizzi il
provvedimento; al momento, infatti, nel calendario dei lavori della
Camera fino al 1° febbraio, non ve ne è traccia.
Oggi dobbiamo salvare il senso della politica e chiedere solo che
si decida.
Chiudere la legislatura senza approvare un simile provvedimento, anche
se di portata effettuale molto limitata, vorrebbe dire arrendersi
al più vieto realismo e mostrarsi forti con i deboli.
E' inutile dire che questa è un'iniziativa strettamente personale
e che è fuori discussione il rispetto assoluto per il Parlamento.
Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia
Roma, 12 gennaio 2001
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