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Digiuno per cambiare il carcere
Il Manifesto, 13 gennaio 2001

Il Ministro Fassino in occasione delle festività aveva invitato i parlamentari a visitare le carceri in quanto i giorni di allegria collettiva sono giorni di tristezza e solitudine per chi è recluso. Non so quanti abbiano colto l'invito ricco di significato e di intelligenza e che cosa abbiano detto ai detenuti. Sappiamo invece della presenza di molti vescovi nelle carceri il giorno di Natale. Adriano Sofri, partendo da questa notizia, ha richiamato l'attenzione sulle parole del Cardinale Martini che ha ribadito la necessità di una riflessione sul significato della pena e la sua identificazione con il carcere ma soprattutto sulla frase densa di significato per cui S.Vittore sarebbe il luogo a lui più caro di Milano. Ha anche aggiunto di essere stupito che questo intervento non abbia suscitato scandalo.
Ho letto i resoconti di altri interventi di vescovi in simili circostanze, da quello di Udine a quello di Firenze e in tutti ho registrato un atto d'accusa verso i politici per la mancata concessione di una misura d'indulto. Per finire, anche il Cardinale Sodano ha espresso rammarico per il mancato accoglimento dell'appello alla clemenza e a una misura di riconciliazione.
Certo la politica può far finta di non sentire, alzare le spalle, fingersi laica rivendicando la propria autonomia e responsabilità. Ma per la politica, che è essenzialmente parola, il silenzio è peccato mortale.
Ora che si è concluso il Giubileo e il miracolo non si è realizzato, resta il problema di quali risposte dare al vasto e dolente mondo del carcere dopo avere mostrato attenzione -dopo i fatti di Sassari e la morte di Marco Ciuffreda - magari solo per paura delle rivolte.
In molte occasioni ho detto che il rischio vero sarebbe stato, dopo avere alimentato illusioni e speranze, raccogliere delusioni e disperazioni.
La frustrazione porta così alla violenza contro se stessi e alla sfiducia totale.
La via della riforma nel e del carcere, per farne un luogo trasparente e un'occasione di riscatto e di opportunità per l'inserimento sociale ha bisogno di un clima positivo e del consenso di tutti coloro che compongono l'universo penitenziario: direttori, polizia penitenziaria, operatori del trattamento e detenuti.
Ad esempio, mettere in pratica i contenuti del nuovo regolamento, richiede una condivisione e un impegno che solo una collettività non mortificata può tentare.
La politica dunque non può tacere. Non può convincersi che si sia scampato il pericolo e che il carcere possa continuare ad essere la discarica sociale rimossa.
Il Ministro Fassino ormai molti mesi fa aveva presentato un piano d'azione che in parte è stato recepito dalla Finanziaria e dovrà essere realizzato dall'Amministrazione Penitenziaria (edilizia, trattamento, lavoro, salute, assunzione di personale ecc.) ma per altri risvolti attende una decisione del Parlamento.
Mi riferisco al disegno di legge, approvato dal Senato e sbrigativamente definito "indultino", che è all'esame della Commissione Giustizia della Camera ormai da alcuni mesi e che riguarda, fra l'altro, l'ampliamento della liberazione anticipata e il rientro in patria per i detenuti stranieri a tre anni dal fine pena.
Forse grazie alla pausa di riflessione di fine anno che ci ha sottratto alla accecante quotidianità, mi è apparso chiaro il rischio che quel provvedimento, pur con i suoi limiti, non si concluda positivamente.
Il clima tra le forze politiche di maggioranza e opposizione non garantisce che il fine legislatura si sottragga alla casualità più cieca nella scelta dei provvedimenti che arriveranno al traguardo.
Certamente agiranno interessi ben più forti di quelli degli ultimi della società.
Molti provvedimenti di estremo interesse, da quelli che riguardano la Giustizia Minorile agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dall'affettività in carcere a una completa depenalizzazione in materia di droghe, rimarranno nel cassetto.
Ma almeno questo disegno di legge, al di là del giudizio nel merito per quanto riguarda le soluzioni individuate, può avere possibilità di conclusione positiva, così come il provvedimento al Senato, già approvato dalla Camera, sulle detenute madri.
In ogni caso ritengo che il provvedimento debba essere esaminato e che tutti si debbano assumere la responsabilità, pubblica, di dire si o no, di approvare o respingere.
Non è accettabile un comportamento da Ponzio Pilato, addebitando al fato, al destino cinico e baro, alla mancanza di tempo, l'insabbiamento.
Ho preso così la decisione di iniziare oggi un digiuno per aiutare la consapevolezza di chi può e ha in mano la determinazione del che fare.
Un digiuno, non uno sciopero della fame: non un'azione di protesta o contro qualcuno e neppure genericamente di sollecitazione verso l'opinione pubblica.
Vuole essere cioè un atto innanzitutto per aumentare la mia capacità di attenzione e di riflessione per non essere distratti dalle urgenze e priorità dell'ordinaria amministrazione.
Proprio per non vanificare e dare invece significato ai tanti interventi riformatori approvati in questa legislatura, occorre concludere questo percorso con un atto che nobiliti la politica e dia il senso di un progetto ai singoli provvedimenti promossi.
Un atto rivolto in primo luogo al proprio campo, agli amici e compagni solidali nelle lotte di libertà, con spirito di fiducia, con umiltà e senza arroganza.
Occorre poco, solo che la conferenza dei capigruppo calendarizzi il provvedimento; al momento, infatti, nel calendario dei lavori della Camera fino al 1° febbraio, non ve ne è traccia.
Oggi dobbiamo salvare il senso della politica e chiedere solo che si decida.
Chiudere la legislatura senza approvare un simile provvedimento, anche se di portata effettuale molto limitata, vorrebbe dire arrendersi al più vieto realismo e mostrarsi forti con i deboli.
E' inutile dire che questa è un'iniziativa strettamente personale e che è fuori discussione il rispetto assoluto per il Parlamento.

Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia

Roma, 12 gennaio 2001