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	<title>FrancoCorleone.it &#187; libri</title>
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	<description>Il sito di Franco Corleone</description>
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		<title>Contro l&#8217;ergastolo</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2009/12/03/contro-lergastolo-in-libreria/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 11:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Le carceri]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; uscito nelle librerie, edito da Ediesse, il volume &#8220;Contro l&#8217;ergastolo &#8211; Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona&#8221; curato da me insieme a Stefano Anastasia. Ecco la Scheda.
Sul sito di Ediesse potete ordinare il libro.
Contro l&#8217;ergastolo
Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona
Autori: Stefano Anastasia &#8211; Franco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>E&#8217; uscito nelle librerie, edito da Ediesse, il volume &#8220;Contro l&#8217;ergastolo &#8211; Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona&#8221; curato da me insieme a Stefano Anastasia. Ecco la Scheda.<br />
Sul sito di Ediesse potete <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/saggi/contro-l-ergastolo">ordinare il libro</a>.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.francocorleone.it/blog/wp-content/upload/ergastolo.jpg"><img src="http://www.francocorleone.it/blog/wp-content/upload/ergastolo.jpg" alt="ergastolo" title="ergastolo" width="179" height="300" class="alignright size-full wp-image-253" align="right"/></a><strong>Contro l&#8217;ergastolo<br />
Il carcere a vita, la rieducazione e la dignità della persona</strong><br />
Autori: Stefano Anastasia &#8211; Franco Corleone<br />
Pubblicato nel: Dicembre 2009<br />
Pagine: 144<br />
ISBN: 88-230-1383-4</p>
<p>La grande promessa della Costituzione repubblicana, dopo vent’anni di regime fascista e di abusi contro la libertà delle persone, era inscritta – per i carcerati – nella finalità rieducativa della pena e nella speranza dell’abolizione dell’ergastolo. Sessant’anni dopo, nonostante innumerevoli tentativi, l’ergastolo è ancora lì, e si moltiplica tra le pene da scontare nelle carceri italiane.<br />
A partire dalle lezioni tenute da Aldo Moro nei suoi ultimi anni di vita, contro l’ergastolo e la pena di morte, gli autori si confrontano con la pena senza tempo, la sua sopravvivenza e la sua vitalità, per capire se e come se ne potrà fare a meno.<br />
Testi di: Boccia, Calvi, Fortuna, Gonnella, Margara, Martinazzoli, Mosconi, Senese, Sofri.</p>
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		<title>Cocaina. Consumo, psicopatologia, trattamento</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2009/08/13/cocaina-consumo-psicopatologia-trattamento/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2009/08/13/cocaina-consumo-psicopatologia-trattamento/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 11:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[cocaina]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele bignamini]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[paolo crocchiolo]]></category>
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		<category><![CDATA[politica sulle sostanze]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi segnalo questa recensione di Paolo Crocchiolo del libro Cocaina. Consumo, psicopatologia, trattamento a cura di Paolo Rigliano e Emanuele Bignamini, Raffaello Cortina Editore, 2009.
Ricerche effettuate per conto dell’OMS già durante gli anni ’80 avevano dimostrato come il consumo di cocaina di per sé presentasse un basissimo profilo di rischio sia in termini di morbilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi segnalo questa <a href="http://www.fuoriluogo.it/blog/2009/08/13/cocaina-consumo-psicopatologia-trattamento/">recensione</a> di Paolo Crocchiolo del libro Cocaina. Consumo, psicopatologia, trattamento a cura di Paolo Rigliano e Emanuele Bignamini, Raffaello Cortina Editore, 2009.</p>
<blockquote><p>Ricerche effettuate per conto dell’OMS già durante gli anni ’80 avevano dimostrato come il consumo di cocaina di per sé presentasse un basissimo profilo di rischio sia in termini di morbilità che di mortalità, sempre che il setting, ovvero il contesto in cui esso si collocava, fosse quello delle classi agiate.<br />
Peraltro, a partire dagli anni ’90, si è assistito ad una rapida popolarizzazione del consumo che, da elitario che era, ha cominciato a diffondersi in misura sempre più massiccia a quegli strati sociali che in precedenza si rivolgevano prevalentemente all’eroina.<br />
Il pregevole volume di Rigliano e Bignamini prende le mosse proprio da questo fenomeno, ed in particolare dalle sue motivazioni psicosociali (il ciclico alternarsi, anche a livello di cultura di massa, di fasi tendenzialmente depressive ad altre maniacali, contrassegnate dal passaggio dall’ideologia della crisi a quella edonistica della soddisfazione dei desideri anche più estremi e a quello che, molto efficacemente, Rigliano chiama il dogma della giovanilità obbligatoria), motivazioni che affondano le loro radici nella mutata temperie politico-economica degli ultimi due decenni.<br />
I nove capitoli in cui si articola il libro, ricchi di riferimenti crociati che li armonizzano in un giuoco di reciproca interdipendenza, offrono nel loro insieme un panorama nitido e del tutto esauriente delle complesse problematiche legate all’uso della cocaina, i cui vari aspetti sono peraltro analizzati in dettaglio, capitolo per capitolo, nelle loro molteplici sfaccettature.<br />
Particolarmente interessante risulta, nei capitoli 2 e 3, l’aggiornamento, riccamente documentato, sulle implicazioni neurobiologiche del consumo di cocaina alla luce delle più recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze. E’ sulla base di queste ultime, infatti, che oggi è possibile delineare con maggiore chiarezza le differenze e le analogie rilevabili rispetto all’uso delle altre sostanze psicotrope.<br />
L’approccio dei capitoli successivi, dedicati alle problematiche diagnostiche (in particolare a quelle della cosiddetta doppia diagnosi), nonché alle strategie terapeutiche conseguenti, si colloca coerentemente nella scia della lettura in chiave sociologica del cocainismo, ampiamente illustrata nei primi capitoli del libro. È proprio tale background culturale e psicosociale, infatti, che costituisce il principale fattore in grado di condizionare, distorcendola, la percezione del fenomeno e quindi di determinare in larga misura la patogenicità del consumo della sostanza, da cui l’attenzione prioritaria da dedicare al lavoro psicologico sul paziente.<br />
Il testo si conclude con un capitolo dedicato all’assunzione di cocaina associata a quella di altre sostanze psicotrope, e in primo luogo agli alcolici, la cui interazione risulta invariabilmente legata a gravi danni al consumatore, oltre che alla collettività nel suo insieme; il che offre lo spunto agli autori per proporre modelli avanzati di gestione di trattamento, soprattutto in un contesto come quello odierno in cui la pericolosità del fenomeno appare largamente sottovalutata.</p></blockquote>
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		<title>Giustizia, l&#8217;Ulivo allo specchio</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2001/04/24/giustizia-lulivo-allo-specchio/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2001 17:11:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[ida dominijanni]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[la giustizia come metafora]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[POLITICA O QUASI
Giustizia, l&#8217;Ulivo allo specchio
IDA DOMINIJANNI, da il Manifesto del 24 aprile 2001
Fra                le cartine di tornasole che si possono scegliere per fare l&#8217;analisi                [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>POLITICA O QUASI<br />
Giustizia, l&#8217;Ulivo allo specchio</strong></p>
<p>IDA DOMINIJANNI, da il Manifesto del 24 aprile 2001</p>
<p><img class="alignright" src="../../img/giustizia_pic.jpg" alt="" width="200" height="275" align="left" />Fra                le cartine di tornasole che si possono scegliere per fare l&#8217;analisi                chimica della stagione di governo del centrosinistra, quella della                giustizia resta una delle più efficaci se non la più                efficace. E non solo per il merito delle cose che sono state fatte                e di quelle che non si sono fatte o non si sono potute o volute                o sapute fare. Ma anche perché più di altri capitoli                dell&#8217;agenda politica lascia vedere in trasparenza le condizioni                peculiari in cui la XIII legislatura e i tre governi dell&#8217;Ulivo                hanno lavorato. Tre in primo luogo: uno scontro ideologico aspro                con il Polo, sull&#8217;alternativa fra garantismo a uso dei potenti o                a tutela di tutti, e uno scontro più sotterraneo, dentro                la maggioranza, fra cultura garantista e cultura panpenalista; uno                scarto devastante fra il clamore mediatico sugli aspetti più                eclatanti del primo scontro e la povertà di informazione                sulle riforme realizzate e sul loro andamento; la crescente subalternità                di tutta la politica agli umori dell&#8217;opinione pubblica, unita alla                difficoltà di rapportarsi a una società troppo segnata,                in materia di giustizia e sicurezze, dalle vecchie tare moraliste                verso i deboli e lassiste verso i forti e dalle nuove fobie indotte                dalla modernizzazione e dalla globalizzazione. Tutte condizioni                che, viste a distanza di tempo, renderanno più equo di quanto                non sia ora, nel bene e nel male, il giudizio sulle luci e le ombre                del quinquennio dell&#8217;Ulivo, e che intanto sarebbe bene tenere presenti                prima di votare, o non votare, sulla base di spinte puramente identitarie                o, peggio, punitive.<br />
Queste coordinate del contesto in cui il centrosinistra ha operato                emergono lucidamente nel breve ma prezioso volumetto La giustizia                come metafora (edizioni Menabò) che Franco Corleone, sottosegretario                uscente alla giustizia, ha pubblicato negli stessi giorni in cui                lui stesso, e con lui tutta la pattuglia dei parlamentari garantisti                del centrosinistra, restavano fuori dalle candidature per il prossimo                parlamento. Il volumetto assumerebbe dunque un valore alquanto noir                di testamento, se la pratica che lo attraversa non facesse subito                sperare in una prosecuzione extraparlamentare, per così dire,                dei fatti e delle intenzioni che lo abitano. Si tratta infatti di                una pratica relazionale, esplicitata non solo nella forma del dialogo-intervista                di Corleone con Luca Paci, nei tre interventi di Stefano Anastasia,                Sandro Margara e Eligio Resta che la commentano e nella prefazione                di Piero Ignazi, ma anche nei molti riferimenti di Corleone ad altri                protagonisti di una buona politica e di una buona cultura della                giustizia di questi anni (Saraceni, Salvato, Senese, Cascini, Ferrajoli,                Palombarini, Coiro, Rodotà, Boato, Arnao, il cardinal Martini                sul versante carceri, il ministro Veronesi sul versante droghe),                ad alcune associazioni che per una buona politica della giustizia                non si stancano di lavorare (Antigone, il comitato per i diritti                civili delle prostitute, il Forum droghe, il gruppo Abele, la redazione                di Fuoriluogo), ad alcuni momenti alti del dibattito (gli Stati                generali dei Ds del &#8216;98), e infine ad alcune vittime-simbolo di                una cattiva politica della giustizia (Adriano Sofri). Una tessitura                di relazioni e di lavoro che la fine dell&#8217;esperienza di Corleone                a Via Arenula e a Montecitorio non basteranno, oso pensare, a vanificare.<br />
Ma il libro è trasparente anche nell&#8217;onestà del bilancio                che delinea, fra fatti e omissioni, decisioni prese e insufficienze                culturali non colmate, efficienza guadagnata e scelte di fondo rinviate.                Corleone rivendica in primo luogo l&#8217;investimento, di risorse e di                iniziativa legislativa, che sulla giustizia è stato dispiegato                dal centrosinistra, dopo decenni di inerzia. All&#8217;inizio della legislatura                c&#8217;era l&#8217;annunciata bancarotta della macchina giudiziaria; oggi ci                sono il giudice unico di primo grado, le sezioni stralcio per l&#8217;arretrato                civile, gli organici della magistratura rinsaldati, i tribunali                metropolitani, la competenza penale dei giudici di pace, il giusto                processo riformato, e ci sarebbe l&#8217;unità della giurisdizione                se il lavoro della bicamerale non fosse stato mandato a carte quarantotto                da Berlusconi. Ci sarebbero anche le riforme della responsabilità                disciplinare e del giudizio di professionalità dei magistrati,                se le difese corporative della magistratura, alimentate e rafforzate                anch&#8217;esse da Berlusconi, fossero state meno forti. Così per                quanto riguarda l&#8217;ordinamento e il funzionamento della macchina.                Che non andrà mai a regime tuttavia, sottolinea Corleone                e con lui Anastasia, senza quella riforma del codice penale in direzione                del penale minimo che sola può lavorare a favore della certezza                dei reati e della pena, nonché di quella obbligatorietà                dell&#8217;azione penale di cui Berlusconi vorrebbe rapidamente disfarsi.<br />
Poi ci sono capitoli ancora più controversi. Il carcere,                prima di tutto, sul quale bisogna sempre rifare tutto il discorso                da capo: tornare a dire che cosa il carcere è e che cosa                non è (&#8220;un luogo orribile per sua natura e funzione,                un male che pretende di curare quand&#8217;invece produce malattia, un                rimedio da amministrare contrasparenza e somministrare con prudenza,                il problema del cuore della città&#8221; e non il luogo della                rimozione e dell&#8217;emarginazione fuori dalle mura della città),                registrare che cosa si è riusciti a migliorare (il nuovo                regolamento voluto da Corleone, ma decurtato di quel diritto all&#8217;affettività                che non ne costituiva un particolare secondario) e che cosa resiste                a ogni tentativo illuminato di riforma (leggere per credere la testimonianza                di Margara, che non esita a definire genuinamente reazionarie, anche                quando abitano la sinistra, queste resistenze). E poi ancora tutte                le &#8220;questioni di confine&#8221; &#8211; dalla sicurezza alla legislazione                sulle droghe alle questioni di bioetica all&#8217;indulto &#8211; che sono state                e restano paragrafi cruciali del capitolo giustizia: le più                sintomatiche di un deficit culturale della sinistra sul banco di                prova decisivo della libertà, e sulle quali più necessario                sarebbe stato, e non c&#8217;è stato, il coraggio di imporre alcune                scelte contro il senso comune massmediatico. Si può sperare                in una provad&#8217;appello: se e solo se, come scrive Eligio Resta, tra                politica e cultura il confine tornerà ad essere una linea                di comunicazione e non una insormontabile barriera.</p>
<p>﻿</p>
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