<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>FrancoCorleone.it &#187; I miei articoli</title>
	<atom:link href="http://www.francocorleone.it/sito/categoria/imieiarticoli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.francocorleone.it/sito</link>
	<description>Il sito di Franco Corleone</description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Feb 2012 08:16:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.2</generator>
		<item>
		<title>Rototom, un processo assurdo</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2012/02/01/rototom-un-processo-assurdo/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2012/02/01/rototom-un-processo-assurdo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 08:16:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>
		<category><![CDATA[filippo giunta]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriluogo]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[rototom sunsplash]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=858</guid>
		<description><![CDATA[La persecuzione giudiziaria contro  il festival Rototom Sunsplash è iniziata nel luglio 2009 dopo una indagine bizzarra dei carabinieri con l’accusa agli organizzatori di “agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti”. Oggi, a distanza di tre anni, sta diventando una storia infinita dopo il recente rinvio a giudizio di Filippo Giunta, responsabile dell’evento culturale. Nel frattempo il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/rototom1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-859" title="rototom" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/rototom1.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a>La persecuzione giudiziaria contro  il festival Rototom Sunsplash è  iniziata nel luglio 2009 dopo una indagine bizzarra dei carabinieri con  l’accusa agli organizzatori di “agevolazione all’uso di sostanze  stupefacenti”. Oggi, a distanza di tre anni, sta diventando una storia  infinita dopo il recente rinvio a giudizio di Filippo Giunta,  responsabile dell’evento culturale. Nel frattempo il festival in Italia  non esiste più, perché da Osoppo è emigrato in Spagna.<br />
E’ l’ennesima  conferma della crisi (e dei tempi) della giustizia, che sceglie di  perseguire i deboli e salvare i potenti. Per sostenere i teoremi  ideologici della legge Giovanardi sulle droghe, si dilapidano  allegramente soldi pubblici e soprattutto si distolgono forze  dall’accertamento e dalla repressione di reati gravi, da quelli  ambientali a quelli finanziari.<br />
La montatura giudiziaria si aggrappa  all’art. 79 della legge antidroga (309/90): esso prevede la pena da tre  a dieci anni di carcere per  chiunque adibisce un locale pubblico o un  circolo privato a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso  di droghe. E’ una norma ambigua, che raramente è stata utilizzata negli  impianti accusatori per la difficoltà interpretativa. Ma il giudice per  le indagini preliminari, Roberto Venditti, ha accolto l’impianto  accusatorio e ha sbrigativamente equiparato il Parco del Rivellino,  frequentato da decine di migliaia di persone, alle quattro mura di un  caffé. Per rafforzare la sua interpretazione della norma nel  provvedimento di rinvio a giudizio, il magistrato richiama il secondo  comma che allarga la previsione “a un immobile, un ambiente o un veicolo  a ciò idoneo”. Tace però che lo stesso comma specifica che si deve  trattare di un luogo di “convegno abituale di persone”. La  partecipazione a un concerto, a un dibattito o la visita agli stand  hanno un carattere occasionale, non certo abituale. In più, quando si  parla di convegno abituale, ci si riferisce con evidenza a un “giro”  definito di persone.<br />
Il giudice Venditti ricalca anche le  valutazioni del procuratore del tribunale di Tolmezzo Giancarlo  Buonocore, secondo cui  Rototom sarebbe stato un punto d’incontro di  persone in preda alle “suggestioni culturali riconducibili all’ideologia  rastafariana che prevede l’associazione tra musica reggae e marijana”  (sic!). Meno pregiudizi razzisti e più conoscenza della storia dei  Caraibi e dei movimenti di resistenza al dominio coloniale avrebbero  potuto evitare affermazioni così spericolate.<br />
Ma sospetto e  pregiudizio ancora ricorrono quando il Gup ritiene di trovare conferma  del comportamento “dolosamente tollerante” degli organizzatori del  festival nel servizio di assistenza legale all’interno del festival. Di  fronte a una legge fra le più punitive in Europa,  che riempie le galere  di tossicodipendenti e di consumatori con pene che vanno da 6 a 20 anni  di carcere, si dovrebbe fare come Ponzio Pilato?<br />
Nel 2009 una  medesima montatura contro il Livello 57di Bologna fu alla fine  ridicolizzata da una sentenza di assoluzione, giunta però troppo tardi  per riparare il danno provocato dalla chiusura del centro sociale.<br />
Il processo che si svolgerà in Carnia deve diventare l’occasione per  mettere sul banco degli imputati la legge Giovanardi. L’appuntamento è  dunque per il 31 maggio a Tolmezzo in nome della giustizia giusta e del  diritto, della cultura e della libertà.</p>
<p>(articolo per la rubrica di <a href="http://www.fuoriluogo.it/blog/2012/02/01/rototom-un-processo-assurdo/">Fuoriluogo</a> sul Manifesto del 1 febbraio 2012)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2012/02/01/rototom-un-processo-assurdo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Canapa in giardino, la svolta</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/11/16/canapa-in-giardino-la-svolta/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/11/16/canapa-in-giardino-la-svolta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 08:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>
		<category><![CDATA[cagliari]]></category>
		<category><![CDATA[canapa]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriluogo]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[sentenze]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=833</guid>
		<description><![CDATA[L'articolo di Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo sul il Manifesto del 16 novembre 2011.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/canapa-balcone.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-834" title="canapa-balcone" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/canapa-balcone.jpg" alt="" width="290" height="226" /></a>Dalla Sardegna giungono buone notizie rispetto alla criminalizzazione  della coltivazione domestica di canapa. L’8 luglio scorso, la Corte  d’Appello di Cagliari ha cancellato la condanna contro due fratelli di  Carbonia: in primo grado, il Tribunale di Cagliari li aveva condannati  ad otto mesi di reclusione e duemila euro di multa per avere coltivato  quindici piantine nella propria abitazione.<br />
La perizia aveva  accertato che solo una piantina alta 50 cm. conteneva 164 mg di Thc  (quantitativo inferiore al valore della quantità massima detenibile a  uso personale), mentre le altre, tra i 10 e 20 cm., non avevano  materiale analizzabile.<br />
La dott.ssa Fiorella Pilato, presidente  estensore della sentenza di assoluzione perché il fatto non costituisce  reato, ha affrontato il problema se la coltivazione di poche piante  destinate all’uso personale possa avere rilevanza penale o se invece  tale condotta possa essere assimilabile alla detenzione (ad uso  personale): lo ha fatto prendendo le distanze dal dictum della sentenza  28605 del 10 luglio 2008 delle Sezioni Unite della Cassazione che  affermò il principio della punibilità della coltivazione “senza se e  senza ma”, indipendentemente dalla quantità e dalla destinazione.<br />
La  dr.ssa Pilato sottopone a serrata confutazione l’assunto della  Cassazione secondo cui la coltivazione “merita un trattamento diverso e  più grave” rispetto alla detenzione, per il solo fatto di aumentare la  quantità complessiva di stupefacenti presenti sul mercato (sic!). Questa  affermazione apparentemente logica si mostra invece come un vero e  proprio paralogismo. La quantità di stupefacenti  presente sul mercato è  nell’ordine di svariate tonnellate e non è certo qualche piantina che  può aumentarla significativamente. Ma paradossali sono le conseguenze:  il verdetto della Suprema Corte spingerebbe il consumatore, la cui  attività è penalmente irrilevante, a rivolgersi al mercato illecito e  clandestino incentivando lo spaccio e i proventi di una attività  criminale. Conclude la dr.ssa Pilato: “Soltanto in astratto può  affermarsi che qualsiasi coltivazione rappresenti un disvalore  assoluto”.<br />
La sentenza delle Sezioni unite della Cassazione afferma  che la risoluzione del problema della droga “deve essere circoscritta al  legislatore e ad esso soltanto è la responsabilità delle scelte circa i  limiti, gli strumenti, le forme di controllo da adottare”, volendo con  ciò limitare il potere di interpretazione delle norme da parte del  giudice. Ma, in contrasto con quanto dichiarato, si arroga il diritto di  aggravare le disposizioni di una legge già estremamente punitiva per  l’introduzione di un’unica tabella per tutte le sostanze; e perfino di  andare oltre il dettato della Convenzione internazionale di Vienna del  1988 che (par. 2 dell’art.3) equipara la coltivazione per consumo  personale al possesso e all’acquisto. Come ho già scritto, la sentenza  della Cassazione è culturalmente mediocre e senza alcun  pregio  giuridico, frutto solo del pregiudizio ideologico e moralistico.<br />
Infine,  la dr.ssa Pilato ribadisce l’interpretazione contenuta in una sentenza  del Tribunale di Milano: gli articoli 26 e successivi, che stabiliscono  le pene per la coltivazione, si riferiscono alle attività di carattere  industriale, non ai vasi sul balcone. Perciò, gli atti dei due fratelli  di Carbonia sono stati rimessi al Prefetto per le sanzioni  amministrative previste dall’art.75 per il consumo personale.<br />
Dopo la magistratura, sarebbe ora che anche la politica battesse un colpo.</p>
<p><em><a href="http://www.fuoriluogo.it/blog/2011/11/16/canapa-in-giardino-la-svolta/">Articolo</a> di Franco Corleone per la <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/archivio/fuoriluogo-sul-manifesto">rubrica di Fuoriluogo</a> su il Manifesto del 16 novembre 2011.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/11/16/canapa-in-giardino-la-svolta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I costi dei test ai lavoratori</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/09/07/i-costi-dei-test-ai-lavoratori/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/09/07/i-costi-dei-test-ai-lavoratori/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 17:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=809</guid>
		<description><![CDATA[Siamo fra i pochi a prendere in considerazione la Relazione sull’uso di sostanze stupefacenti che il sottosegretario Giovanardi presenta annualmente al Parlamento. Potremmo anche noi archiviarla fra le produzioni inutili, ma analizzare i singoli capitoli dà la misura della deformazione strumentale dei dati. Sulla manipolazione delle cifre circa le conseguenze penali della legge antidroga ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/test-antidroga.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-810" title="test antidroga" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/test-antidroga-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Siamo fra i pochi a prendere in considerazione la Relazione sull’uso di  sostanze stupefacenti che il sottosegretario Giovanardi presenta  annualmente al Parlamento. Potremmo anche noi archiviarla fra le  produzioni inutili, ma analizzare i singoli capitoli dà la misura della  deformazione strumentale dei dati. Sulla manipolazione delle cifre circa  le conseguenze penali della legge antidroga ha già scritto Stefano  Anastasia (<a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/carcere-e-tossicodipendenza-la-promessa-ipocrita#more">Il Manifesto, 13/7/2011</a>) e in più abbiamo offerto un’approfondita analisi sui cinque anni di applicazione della legge con il Secondo Libro Bianco.<br />
Stavolta  esaminiamo il capitolo (pagg. 53/60) dei test ai lavoratori per  valutare gli effetti dell’impostazione moralistico-repressiva che vuole  colpire anche il semplice uso “sporadico e saltuario” di qualsiasi  sostanza psicoattiva considerato sufficiente per stabilire l’inidoneità a  mansioni a rischio.<br />
Nel 2010 sono stati sottoposti al test di primo  livello 86.987 soggetti rispetto ai 54.138 del 2009. La positività  riscontrata a questo esame è stata dello 0.63%, pari a 551persone  (autoesclusi o obiettori, 10): per il 64,6% riguarda i cannabinoidi, per  il 19,6% la cocaina, il 4,2% gli oppiacei, il 3,8% il metadone e il  4,5% la codeina.<br />
Si hanno anche i risultati di 177 soggetti  sottoposti all’accertamento di secondo livello (ossia il test di  conferma eseguito quando il primo risulta positivo): i cannabinoidi  rimangono la prima sostanza con il 60,7%, seguita dalla cocaina con il  25,5% , seguite dagli oppiacei con il 6,2% e il metadone con il 2,1%.<br />
Quasi  il 69% ha una diagnosi di consumo occasionale e al 13% del campione è  stata riscontrata una diagnosi di tossicodipendenza, ovviamente in  prevalenza per cannabinoidi. Vengono così confermate le ragioni  dell’opposizione dei sindacati a una pratica di controllo che ha il  sapore più della schedatura e della discriminazione attraverso la  condanna dello stile di vita che di una reale preoccupazione di salute e  di sicurezza.<br />
Questa operazione è costata alle aziende quasi cinque  milioni di euro! In un tempo di tagli crudeli segnaliamo uno spreco  assurdo che cozza contro il principio di costi e benefici. Infatti, la  tariffa media degli esami di primo livello è di quasi 50 euro per  persona e quella di secondo livello è di 85 euro. Una bella spesa per  cambiare mansione a dieci fumatori di canne, stigmatizzati come tossici!  Come scriveva Giuseppe Bortone (<a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/test-antidroga-ai-lavoratori-linutile-persecuzione#more">Il Manifesto, 21/7/2010</a>),  si tratta di una  caccia agli untori. Ed è ancora più preoccupante che  si parli di estenderla massicciamente a nuove categorie, come i medici e  gli insegnanti, con la logica di “colpirne uno per educarne cento”  (anzi, sarebbe meglio dire per “colpirne cento per educarne uno”).<br />
A  Giovanardi piace usare il cannone per colpire un moscerino: come  prevenzione non c’è male.      D’altronde quale sia il suo vero  obiettivo ideologico è espresso chiaramente nella presentazione del  documento: “Quando il fronte è compatto ed esplicitamente contro l’uso  di tutte le droghe, il consumo chiaramente diminuisce; quando, invece  ..si invoca (sic!) la legalizzazione o l’apertura di “camere del buco” o  si insiste su politiche di riduzione del danno, i livelli di consumo  aumentano vertiginosamente..”. Ovviamente non vi è prova alcuna che le  stanze del consumo e altri interventi di riduzione del danno facciano  aumentare i consumi, mentre ci sono ampie evidenze della loro efficacia  per tutelare la salute pubblica. Ma si sa, scienza e propaganda non  vanno d’accordo.</p>
<p><em>Franco Corleone commenta per la <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/i-costi-dei-test-ai-lavoratori">rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto </a>del 7   settembre i dati sui test ai lavoratori contenuti nella relazione  sulle  tossicodipendenze di quest&#8217;anno. Il Secondo Libro Bianco sulla  Fini  Giovanardi <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/archivio/biblioteca/dossier/il-secondo-libro-bianco-sulla-legge-fini-giovanardi/librobianco2011.pdf">è on line su www.fuoriluogo.it</a>.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/09/07/i-costi-dei-test-ai-lavoratori/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Droga, la giustizia sbagliata</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/08/10/droga-la-giustizia-sbagliata/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/08/10/droga-la-giustizia-sbagliata/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 08:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=790</guid>
		<description><![CDATA[Chi vuole capire il peso della “guerra alla droga” sull’operato delle forze dell’ordine e sull’amministrazione della giustizia ha molto da imparare dal film “L’uomo sbagliato”, prodotto dalla Rai e andato in onda nella serata del primo agosto. Il film s’ispira ad una vicenda giudiziaria  purtroppo realmente accaduta: un giovane sarto di Torino (impersonato da Giuseppe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/fiorello.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-791" title="fiorello" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/fiorello-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>Chi vuole capire il peso della “guerra alla droga” sull’operato delle forze dell’ordine e sull’amministrazione della giustizia ha molto da imparare dal film “L’uomo sbagliato”, prodotto dalla Rai e andato in onda nella serata del primo agosto. Il film s’ispira ad una vicenda giudiziaria  purtroppo realmente accaduta: un giovane sarto di Torino (impersonato da Giuseppe Fiorello) è arrestato e, nonostante la sua innocenza, riconosciuto colpevole di traffico di droga in ben tre gradi di giudizio.<br />
Il drammatico equivoco nasce dall’errata identificazione di un’auto sospetta e il malcapitato sarto viene arrestato e subito picchiato selvaggiamente dai carabinieri. La via crucis ha inizio: il pestaggio non scandalizza nessuno perché “giustificato” dalla rabbia dei rappresentanti dell’ordine per la recente morte di un collega vittima della criminalità. Sarebbe facile riconoscere l’estraneità dell’innocente ai fatti addebitati se il pubblico ministero e lo stesso avvocato (capace solo di suggerire la scorciatoia del patteggiamento) non fossero accecati dal pregiudizio e dalla volontà di ripulire il mondo. Accade così che le prove dell’innocenza non siano neppure prese in considerazione di fronte alla parola di sei carabinieri e il protagonista è sbattuto in carcere con una condanna a diciotto anni.<br />
Il film mette in luce diversi nodi della crisi della giustizia, ad iniziare dalla sudditanza del PM nei confronti delle forze dell’ordine. Ma l’aspetto fondamentale è il conflitto palese fra la logica di “guerra” che guida l’azione degli apparati di repressione, da un lato, e le ragioni della giustizia, dall’altro. Non a caso, anche quando il capitano dei Carabinieri che ha operato l’arresto, insieme ad un suo sottoposto, si accorgono dell’errore di identificazione, preferiranno tacere per non “indebolire” la lotta alla droga e ai trafficanti di morte. Insomma, agli occhi del capitano, eroe della lotta alla criminalità, la crociata del Bene contro il Male giustifica anche la distruzione della vita di un innocente.<br />
Sarebbe troppo facile liquidare la storia addebitandola alla classica mela marcia. Il veleno è più diffuso e risiede nell’ideologia bellica imperante che stravolge la corretta applicazione di una legge penale. C’è di più. Gli strappi antigarantisti contenuti nel corpo stesso della legislazione “emergenziale” sulle droghe, se da un lato sono lo specchio della logica guerriera, dall’altro facilitano l’abuso e la sopraffazione. Quando la legge consente gli acquisti simulati, le notifiche ritardate, le infiltrazioni degli agenti, si spalanca il tunnel delle “operazioni eccezionali”, dei rapporti pericolosi con pentiti, provocatori e criminali. Così si spiegano altri scandali simili a questo: come la vicenda del capo dei Ros, il generale Ganzer, condannato a 14 anni di carcere per falsi sequestri a scopo di propaganda mediatica  e di autopromozione e per collusione con spacciatori. Il generale è rimasto comunque tranquillamente al suo posto. Come si vede son tante le caste e le cosche!<br />
Ancora, lo sceneggiato televisivo offre una coraggiosa denuncia della violenza presente nelle carceri, a cominciare dal comportamento da aguzzino del direttore. Da notare: ci vorranno ben cinque anni per smascherare gli errori e le menzogne del capitano dei Carabinieri e per ottenere la revisione del processo. Il processo veloce e la certezza della pena sono una realtà riservata ai tanti Stefano Cucchi che riempiono le carceri italiane.</p>
<p>Articolo per la rubrica di <a href="http://www.fuoriluogo.it/blog/2011/08/10/droga-la-giustizia-sbagliata/">Fuoriluogo</a> sul Manifesto del 10 agosto 2011.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/08/10/droga-la-giustizia-sbagliata/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Timau, il cimitero che ci parla della vita</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/28/timau-il-cimitero-che-ci-parla-della-vita/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/28/timau-il-cimitero-che-ci-parla-della-vita/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 May 2011 09:33:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero]]></category>
		<category><![CDATA[il gazzettino]]></category>
		<category><![CDATA[paluzza]]></category>
		<category><![CDATA[timau]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=765</guid>
		<description><![CDATA[Viene presentato oggi alle 15 a Timau, nella sala del museo della Grande Guerra, il libro &#8220;Il recinto della memoria&#8221;, curato da Federico Mentil, che documenta in testi e immagini il lavoro di recupero del vecchio cimitero di Timau e consente di ricostruire situazione demografica e vita quotidiana di Timau e Cleulis. Riportiamo in questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/Schermata-2011-05-29-a-11.31.16.png"><img class="alignright size-medium wp-image-766" title="Schermata 2011-05-29 a 11.31.16" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/Schermata-2011-05-29-a-11.31.16-300x300.png" alt="" width="300" height="300" /></a>Viene presentato oggi alle 15 a Timau, nella sala del museo della Grande  Guerra, il libro &#8220;Il recinto della memoria&#8221;, curato da Federico Mentil,  che documenta in testi e immagini il lavoro di recupero del vecchio  cimitero di Timau e consente di ricostruire situazione demografica e  vita quotidiana di Timau e Cleulis. Riportiamo in questa pagina alcuni  stralci del libro, tratti dal testo dell’ex parlamentare e  sottosegretario Franco Corleone, già consigliere provinciale a Udine,  che con Timau ha un profondo legame familiare.</p>
<p>Ho un legame forte e antico con il cimitero di Timau, che si trova nel  territorio di Casali Sega, la borgata dei miei nonni e dove dieci anni  fa con mia moglie decidemmo di acquistare e ristrutturare una grande  casa, chiamata patrul dal nome della gens dei proprietari. Mia madre  morì dove era nata e ancora oggi, dopo più di cinquantacinque anni,  rivedo le immagini del funerale dalla chiesa del paese fino alla  sepoltura.<br />
Da bambino, per consuetudine, ero presente a Timau  con mio padre nella ricorrenza “dei morti”, a novembre. Ricordo la  processione che toccava prima il cimitero vecchio e poi il nuovo: i due  luoghi erano ancora legati perché i vivi avevano congiunti da visitare  nei due camposanti. Si camminava con le candele in mano e si raggiungeva  il cimitero nuovo passando attraverso un sentiero nei prati.<br />
Con il tempo, il cimitero dismesso fu progressivamente trascurato e  destinato all’abbandono e all’incuria, nonostante fosse la testimonianza  di uno dei più significativi cimiteri di montagna. Nel 2000 sollevai il  problema del degrado di un luogo della memoria particolarmente caro  agli abitanti e ricco di storia e, grazie a diverse sollecitazioni, fu  deciso il finanziamento di 150.000 euro per il recupero conservativo  utilizzando i fondi dell’otto per mille.<br />
Nel frattempo, nel  2002, era stato pubblicato un importante volume di analisi e riflessione  sul tema dei cimiteri di montagna a partire da una ricerca fotografica  in Carnia a cura del Circolo culturale fotografico carnico. La  presentazione a Paluzza avvenne il 23 agosto e quel giorno Adriano Sofri  dedicò all’avvenimento la sua rubrica su Il Foglio. Scriveva: ”Un libro  così bello, e fotografie così nostalgiche, che vorrei essere lì, vivo o  morto”. E aggiungeva: ”Nei bei testi che accompagnano le foto (di Dino  Zanier, Patrizia Gridei, Adriana Stroili, Marina Giovannelli, Giorgio  Ferigo, Marica Stocco, Romano Martinis) ho trovato la storia e  l’immagine del bambino cui il padre emigrante aveva portato da New York  un vestito alla marinara. Così, nel cimitero di Paluzza, il morto  bambino che probabilmente non vide mai il mare sta dritto nel suo abito  di marinaretto dal 1929. Bellissimi sono i cimiteri dismessi, come  quello di Timau, dove sono cresciuti gli alberi e la macchia sopra le  lapidi inselvatichite”.<br />
Nel novembre 2005 dedicai il paginone  speciale del periodico L’Arco in cielo al progetto di recupero del  cimitero storico di Timau-Cleulis curato da Federico Mentil e Gaetano  Ceschia.<br />
Finalmente nel 2010 &#8211; la lunghezza del tempo trascorso  dà l’idea delle difficoltà della realizzazione &#8211; si può ragionare su  come quel luogo rivisitato con estrema discrezione, possa tornare ad  essere un luogo frequentato, capace di raccontare attraverso le lapidi  antiche la vita, la storia, la cultura del paese e divenire una sorta di  museo all’aperto, sede di incontri e di scambi. (&#8230;)<br />
La  storia crea occasioni e relazioni inaspettate. Tutti conosciamo la vita e  le opere dei fratelli Rosselli. Carlo, il politico, autore di  “Socialismo liberale”, fondatore di Giustizia e Libertà e Nello, lo  storico, autore delle fondamentali biografie di Pisacane e di Mazzini e  Bakounine. Ma essi erano i “Fratelli minori”, secondo la metafora usata  dalla madre Amelia in un libro apparso nel 1921. Il figlio maggiore,  Aldo, era morto combattendo sul Pal Piccolo nel 1916. Alessandro Levi in  un libro intitolato Ricordi dei fratelli Rosselli, rievoca il coraggio,  onorato con una medaglia al valore, del giovane sottotenente impegnato  in Carnia dove la lotta era sempre più aspra e testimonia: ”Ed è proprio  la tomba di Aldo, nel piccolo cimitero di guerra di Timau, che sembra  un nido incrostato alle rocce, quella tomba del figlio sotto l’alta  montagna, alla quale la mamma va in pellegrinaggio”.<br />
Amelia  Rosselli andò tante volte, con l’uno o con l’altro dei figli minori nel  ”nostro Timau, così piccolo e così nostro!”. Nel 1918 Amelia Rosselli  fondò addirittura una piccola biblioteca presso la scuola elementare di  Timau, “Piccolo villaggio ai piedi del Pal Piccolo dove il mio Aldo  cadde combattendo”, come scrisse in una nota da archivio. Amelia  Rosselli rimase in contatto per lungo tempo con il direttore della  scuola, il maestro Di Centa. E’ un peccato che questa vicenda (per  quanto è a mia conoscenza) non sia stata coltivata, studiata e  ricordata, come meritava. L’occasione della riflessione sul vecchio  cimitero di Timau permette di porre rimedio, almeno in parte, a questa  perdita di memoria e a prendere l’impegno di promuovere una ricerca con  le testimonianze, i ricordi e i documenti ancora reperibili.</p>
<p>(da Il Gazzettino, edizione di udine, del 28 maggio 2011)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/28/timau-il-cimitero-che-ci-parla-della-vita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il disperato commercio di Calderoli</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/24/il-disperato-commercio-di-calderoli/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/24/il-disperato-commercio-di-calderoli/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 May 2011 10:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[calderoli]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[pisapia]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=757</guid>
		<description><![CDATA[Povero Bossi! E’ ridotto a dare del matto a Pisapia sperando di tenere assieme una barca che affonda non per opera sua e senza avere una zattera per ripensare una strategia alternativa. Così dà man forte al carnevale delle proposte offensive per i cittadini milanesi come l’abolizione dell’ecopass, la cancellazione delle multe (variante ambrosiana del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/calderoli.jpg"><img src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/calderoli-300x200.jpg" alt="" title="calderoli" width="300" height="200" class="alignright size-medium wp-image-758" /></a>Povero Bossi! E’ ridotto a dare del matto a Pisapia sperando di tenere assieme una barca che affonda non per opera sua e senza avere una zattera per ripensare una strategia alternativa. Così dà man forte al carnevale delle proposte offensive per i cittadini milanesi come l’abolizione dell’ecopass, la cancellazione delle multe (variante ambrosiana del condono edilizio per Napoli) e il miraggio di una città esentasse.<br />
Quello che è stupefacente nella destra italiana è la capacità truffaldina di presentarsi agli elettori come se fosse sempre all’opposizione, come se non fosse al governo di Milano (e della Regione) da venti anni. Demagogia e propaganda rappresentano la cifra di una mistificazione continua, che la rivoluzione gentile di Giuliano Pisapia ha finalmente smascherato.<br />
Anche il ministro Calderoli ha offerto la sua proposta di maleodorante voto di scambio: turatevi il naso, votate la Moratti e vi daremo due ministeri. Insomma le donne e gli uomini eredi dell’Illuminismo trattati come i seguaci di Scilipoti.<br />
Certo occorrerebbe chiedere conto all’inventore del Porcellum perché il suo Governo non ha messo nell’agenda politica la riforma del Senato federale, ad esempio.<br />
Ma vale comunque la pena discutere del merito della proposta che potrebbe inserirsi, se fosse fatta non strumentalmente, nel dibattito sui 150 anni dell’Unità d’Italia per altro troppo generico e povero.<br />
Proprio Giuseppe Mazzini inchiodato nella oleografia come l’intransigente teorico dell’Unità d’Italia e di Roma Capitale, nel 1861 non solo esprimeva una dura critica alla logica di un “Piemonte ingrandito” ma addirittura proponeva una struttura decentrata delle Istituzioni. Mazzini paventava una burocrazia concentrata in una sola grande città tentacolare e ipotizzava la ripartizione delle varie manifestazioni della vita nazionale oggi accentrate in una sola Metropoli tra le diverse città capoluoghi delle Regioni. E aggiungeva:” Non vedo perché non si collocherebbe in una sede la Magistratura superiore, in un’altra l’Università nazionale, in una terza l’Ammiragliato, in una quarta l’Istituto Centrale di Scienze e d’Arti, e così via. Il telegrafo elettrico (oggi diremmo internet, ndr.) sarebbe in tempi normali, vincolo d’unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l’accentramento. A Roma basterebbe la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall’alto dei suoi colli della sintesi dell’Unità morale Europea”.<br />
Se si volesse attualizzare la proposta ci si dovrebbe riferire al Consiglio Superiore della Magistratura, all’ Istat, al Cnel, al CNR, ad esempio.<br />
Massimo Scioscioli nel suo volume “Giuseppe Mazzini, i principi e la politica” sottolinea che questa impostazione era già stata manifestata nel 1849, l’anno della straordinaria esperienza della Repubblica Romana la cui Costituzione affermava i principi fondamentali della democrazia e che ebbe come difensori Carlo Pisacane, Giuseppe Garibaldi e giovani come Goffredo Mameli.<br />
Come si capisce dalla proposta di Mazzini, non si trattava di mettere in atto un mercato delle vacche ma di coinvolgere nella costruzione di un Paese le realtà più diverse, creando un sentimento di fratellanza del Popolo fondato sull’alleanza dei Comuni e con una significativa ispirazione all’Europa.<br />
Tutto il contrario della spinta fondata sull’egoismo e sul razzismo dell’orgia federalista e della ubriacatura devoluzionista di questa troppo lunga stagione che non ha nulla a che fare con il pensiero razionale di Cattaneo.<br />
La crisi del regime berlusconiano mette in pericolo la stessa convivenza dell’Italia; la ricostruzione del tessuto morale del Paese può partire riscoprendo le radici serie della Repubblica in vista di un patto sociale animato dalla solidarietà.</p>
<p>Franco Corleone </p>
<p>Articolo pubblicato da Terra il 24 maggio 2011</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/05/24/il-disperato-commercio-di-calderoli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Verso un cambio di paradigma. Nel mondo, forse anche in Italia</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/18/verso-un-cambio-di-paradigma-nel-mondo-forse-anche-in-italia/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/18/verso-un-cambio-di-paradigma-nel-mondo-forse-anche-in-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 09:01:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[dopo la guerra alla droga]]></category>
		<category><![CDATA[ediesse]]></category>
		<category><![CDATA[grazia zuffa]]></category>
		<category><![CDATA[transform]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=734</guid>
		<description><![CDATA[La prefazione di Franco Corleone e Grazia Zuffa al volume "Dopo la Guerra alla Droga -Un piano per la regolamentazione legale delle droghe" edito da Ediesse. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La prefazione di Franco Corleone e Grazia Zuffa al volume &#8220;Dopo la  Guerra alla Droga -Un piano per la regolamentazione legale delle droghe&#8221;  edito da Ediesse. Vai alla <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/archivio/biblioteca/libreria/dopo-la-guerra-alla-droga#more">scheda del volume</a> su fuoriluogo.it. <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/content/show/11368">Ordina il libro dal sito dell&#8217;editore</a>.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/blueprint-cop.png"><img class="alignright size-medium wp-image-735" title="blueprint-cop" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/blueprint-cop-204x300.png" alt="" width="204" height="300" /></a>In Italia il dibattito sulla politica delle droghe si è arenato dopo  l’occasione perduta dall’ultimo governo Prodi di cambiare la legge  Fini-Giovanardi del 2006, che ha inasprito la repressione penale. La  nuova legge hainoltre abrogato il risultato del referendum popolare del  1993, che aveva introdotto<br />
la depenalizzazione dell’uso di droga. In  realtà, l’impasse è perfino antecedente agli anni in cui, nonostante la  spinta referendaria, il movimento riformatore non riuscì a imporre ai  governi e al parlamento una legge organica sulle droghe, per superare  definitivamente la legge (proibizionista) Iervolino- Vassalli del 1990.<br />
La  debolezza dei riformatori ha ridato fiato all’indirizzo moralistico e  repressivo che da una parte mette il bavaglio addirittura alla riduzione  del danno e mortifica le esperienze della bassa soglia; dall’altra,  riempie le galere di tossicodipendenti e di giovani per reati «di lieve  entità» (la detenzione al di sopra della quantità definita ad uso  personale e il piccolo spaccio).<br />
Non è solo la politica delle droghe a  soffrire di carenza di dibattito: la crisi della politica, che è  soprattutto crisi di democrazia e di attenzione al bene pubblico,  svilisce il confronto di idee, ignora le proposte, non si cura delle  strategie alternative. Non tutti però si rassegnano ad una parabola  discendente, perché in politica non esiste un destino inevitabile. Noi  siamo fra questi, e pensiamo che occorra prepararsi ad una stagione di  cambiamento anche nella politica delle droghe.<br />
La svolta non potrà che essere coraggiosa e rigorosa sul piano dei principi, anche se prudente e graduale nella realizzazione.<br />
Per  questi motivi, Forum Droghe ritiene utile presentare ai lettori  italiani il lavoro di Transform, la fondazione inglese impegnata da anni  sul terreno della riforma della politica delle droghe. Il volume Dopo  la War on Drugs. Un piano per la regolamentazione legale delle droghe ha  l’ambizione di presentare, per la prima volta, una serie di opzioni  pratiche e concrete per la creazione di un sistema normativo globale per  tutte le sostanze psicoattive ad uso non medico, tracciando chiaramente  un percorso di superamento della proibizione definita dalle Convenzioni  delle Nazioni Unite. Le tre Convenzioni sulle droghe illegali, del  1961, 1971 e 1988, sono le pietre fondanti del pensiero e della pratica  della «lotta alla droga», sviluppatasi lungo il corso del Novecento.<br />
Il  libro parte dalla convinzione che la war on drugs sia miseramente  fallita e che il progetto di «un mondo libero dalla droga», solennemente  proclamato all’Assemblea Generale Speciale sulle droghe di New York nel  1998 (UNGASS), sia inevitabilmente naufragato.<br />
Al tempo, la comunità  mondiale delle Nazioni Unite si riconobbe pressoché unanimemente in  quel proclama irrealistico e ideologico: a drug free world, we can do  it. Da allora, si sono moltiplicate le crepe nell’edificio ideologico  della «guerra alla droga» e l’unanimismo è ormai un ricordo. Valga  l’esempio del meeting CND (Commission on Narcotic Drugs) nel 2009, a  Vienna, in occasione della verifica decennale del piano antidroga deciso  all’Assemblea generale di New York (UNGASS Review): la maggioranza dei  paesi europei (capofila la Germania) insieme ad altri consegnò agli atti  una dichiarazione a sostegno delle strategie di riduzione del danno;  tema su cui si era consumato uno scontro assai aspro durante lo stesso  meeting. Si trattava di una dissociazione di fatto dalla solenne  dichiarazione politica finale; prassi del tutto inusuale e perciò  traumatica in questo genere di eventi. Ancora più clamoroso l’intervento  del presidente della Bolivia, Evo Morales, nella stessa assise: Morales  apertamente contestava le convenzioni sulle droghe in nome  dell’autonomia dei popoli e del rispetto delle differenze culturali,  preannunciando un emendamento ai trattati internazionali per legalizzare  la pratica ancestrale della masticazione della foglia di coca.<br />
Sempre  nel 2009, esce un importante documento della «Commissione  latinoamericana su droghe e democrazia»: un organismo di esperti  promosso dagli ex presidenti Fernando Cardoso del Brasile, Cesar Gaviria  della Colombia, Ernesto Zedillo del Messico. La Commissione chiede una  svolta nella politica globale delle droghe, anzi un vero e proprio  «cambio di paradigma »: depenalizzare la detenzione ad uso personale e  concentrare la repressione sul traffico; individuare alternative valide  alle coltivazioni illegali di coca e cannabis, compreso il loro utilizzo  per prodotti legali (medicinali, tè, tessuti); investire risorse sul  versante sociosanitario, in particolare sulla riduzione del danno. Il  coinvolgimento degli ex presidenti garantisce l’autorevolezza  dell’iniziativa e il suo carattere super partes. È dunque un segnale  eloquente che il continente sudamericano, teatro principale insieme  all’Asia della war on drugs, non sia più disposto ad appoggiarla e  neppure a tollerarla.<br />
Sintomi di cambiamento, di alto valore  simbolico, si stanno manifestando anche nel centro promotore della  guerra alla droga, gli Usa, ad opera di Obama e del nuovo zar antidroga  Gil Kerlikowske: in particolare, la fine della persecuzione da parte  degli agenti federali contro i pazienti che usano la marijuana per  curarsi e la caduta del veto storico al finanziamento pubblico federale  dei programmi di scambio siringhe.<br />
Il conflitto è perfino aperto  dentro gli stessi organismi dell’ONU: se lo UNODC (l’agenzia ONU sulle  droghe) ha sempre appoggiato la linea dura, lo UNAIDS e la OMS da tempo  sostengono la riduzione del danno.</p>
<p><strong>Legalizzare, per la salute innanzitutto</strong><br />
Sembra  dunque che i tempi siano maturi per un libro come questo, che vuol  essere una guida pratica alla regolazione legale delle droghe. Una guida  pratica, si è detto, non uno scritto di mera propaganda e neppure, come  si premurano di ripetere molte volte gli autori, un testo «radicale»  («estremista»<br />
diremmo noi in Italia). Al contrario, l’estremismo  ideologico è appannaggio dei proibizionisti. Così, mentre le Convenzioni  accomunano nel divieto droghe assai differenti (per caratteristiche  farmacologiche, per modelli d’uso, per accettabilità sociale),  all’inverso il libro offre ragionate e ragionevoli opzioni di  regolazione, distinte per le diverse droghe. Di più, si prefigura un  percorso a tappe alla regolamentazione legale di produzione, vendita e  consumo delle diverse droghe e si mette in guardia dal rischio di  cambiamenti improvvisi. È così tracciato un nuovo corso della politica  delle droghe, radicato nella «scienza e coscienza» e poggiato sul  pragmatismo: da qui il fondamentale ruolo della ricerca, per un  monitoraggio attento e costante dei mutamenti introdotti.<br />
Non vengono  elusi neppure i più tenaci luoghi comuni, piatto forte di chi difende a  oltranza lo status quo: come quello che preconizza un inesorabile  aumento dei consumi in caso di legalizzazione. Questo assunto non ha  dalla sua alcuna dimostrazione. Anzi, alcune ricerche che hanno  confrontato i consumi in paesi con regimi legali assai differenti (come  quella sulla cannabis ad Amsterdam e San Francisco) mostrano modelli  d’uso incredibilmente simili.<br />
Ciò fa supporre la scarsa incidenza  dei controlli legali sui trend sociali. Lo stesso si ricava da un esame  della prevalenza d’uso in paesi più repressivi a confronto con quelli  più liberali.1 Più alla radice, è messo in discussione il modello di  salute pubblica centrato sulla riduzione/eliminazione dei consumi invece  che sulla promozione dei modelli d’uso più moderati/controllati (e  sulla dissuasione da quelli più intensivi/incontrollati). Nella seconda  ipotesi, la legalizzazione offre molti vantaggi per la salute pubblica:  dal controllo di qualità del prodotto, all’informazione sugli effetti  delle sostanze, utile specie per quelle più pericolose, all’educazione  all’uso responsabile. Quanto agli svantaggi dell’illegalità rispetto  alla salute degli individui e della collettività, possiamo fare nostre  le magistrali parole di Norman Zinberg (1984): Ironicamente, gli sforzi  per eliminare ogni tipo di consumo lavorano contro lo sviluppo di  controllo da parte di chi decide comunque di consumare.<br />
Vale la pena  di considerare con particolare attenzione il ragionamento intorno al  bene della salute pubblica. Della salute pubblica, si badi bene. Dal  punto di vista della salute individuale, l’astinenza dalle sostanze  psicoattive può essere una scelta ragionevole, a volte assai opportuna.  Ma dal punto di vista della salute pubblica, l’imposizione  dell’astinenza (sottesa alla proibizione) non solo significa rinunciare a  tutelare la salute di quei cittadini che scelgono comunque di  consumare; comporta anche aumentare il rischio legato alle droghe. Nello  specifico, il regime d’illegalità tutela una parte dei cittadini  (coloro che saranno convinti ad astenersi) contro l’altra parte (di chi  consuma). Come dire: il mondo «libero dalla droga» è un imperativo  (moralistico) che divide la società; se invece si vogliono «gettare  ponti» fra le differenze, senza esacerbare i conflitti e favorire le  spinte all’espulsione, allora l’obiettivo più consono delle politiche  pubbliche è la «convivenza» con le droghe.<br />
La convivenza non  significa rassegnazione. Al contrario, proprio l’abbandono del  meccanismo di negazione della realtà permette di lavorare attivamente  per modificarla: affrontando finalmente in maniera razionale il problema  dell’uso di droghe, al fine di limitarne i rischi. È un filo di  ragionamento che percorre con puntiglio l’esposizione dei modelli di  regolamentazione (bene integrando la più tradizionale argomentazione a  sostegno della legalizzazione, dei benefici per l’ordine pubblico  derivanti dalla riduzione dell’illegalità e della criminalità).<br />
Come  si vede, il volume apre una finestra sul possibile funzionamento di un  sistema di controllo delle droghe alternativo a quello fondato sulle  Convenzioni: sceglie i mattoni e presenta i plastici di costruzione per  il nuovo edificio normativo che potrebbe sorgere dall’auspicato «cambio  di paradigma». Per edificare il nuovo, bisogna abbattere il vecchio o  almeno ristrutturarlo alle fondamenta. Il «vecchio» non è solo  rappresentato dalle Convenzioni di Vienna: nel corso di oltre sessanta  anni è stato costruito un complesso sistema di agenzie e di apparati per  implementare le convenzioni e condurre la «guerra alla droga». Come ben  si sa, le burocrazie lavorano per preservare se stesse, e la burocrazia  antidroga non è da meno. Non c’è dunque da meravigliarsi che il vecchio  edificio sia ancora in piedi, nonostante i segnali di cedimento di cui  si è detto.</p>
<p><strong>Le convenzioni ONU e la Chiesa della proibizione</strong><br />
Quali  sono i passi da compiere per adeguare la normativa internazionale e  permettere il passaggio alla regolazione legale? Anche su questo  problema di natura squisitamente politica, il libro offre materiali di  discussione nella ricca Appendice sulle Convenzioni internazionali,  entrando nel merito delle diverse procedure di modifica dei trattati,  dalla denuncia all’emendamento. Si scopre così che le Convenzioni sono  congegnate, anche tecnicamente, per sopravvivere nella veste originaria  il più a lungo possibile. Per inciso: il fatto che non sia previsto un  meccanismo agibile di modifica, che permetta di aggiornare i trattati  alla mutata situazione dei consumi, dei mercati, dei rapporti  geopolitici, la dice lunga sul carattere ideologico di questi trattati.  Che non sono strumenti moderni e laici di governo dei problemi globali,  quanto piuttosto una sorta di testi «sacri» del proibizionismo.<br />
Come  si può mettere in moto la macchina dell’innovazione, in modo da adeguare  le politiche globali delle droghe ai progressi della scienza e poter  recepire le lezioni che provengono dalle sperimentazioni avviate a  livello nazionale e locale, nelle città e nei territori?<br />
Alcuni  spunti si ricavano dall’esperienza italiana. Come accennato, nel 1993 si  svolse un referendum abrogativo delle norme penali della legge n. 162  del 1990 ammesso al voto dalla Corte Costituzionale ed uscì nettamente  vincente la scelta di depenalizzare la detenzione e il consumo personale  delle sostanze stupefacenti. Lo INCB (International Narcotics Control  Board), l’organismo che sovrintende l’applicazione delle Convenzioni,  obiettò subito alla nuova legge sugli stupefacenti, così come emersa  dalla volontà popolare: a detta del Board, la nuova normativa non  ottemperava ai trattati internazionali.<br />
Negli anni successivi, una  delegazione dello stesso INCB, in un incontro in Italia coi  rappresentanti del Ministero di Grazia e Giustizia, rinnovò i suoi  appunti. Il governo rispose sostenendo una diversa interpretazione delle  Convenzioni; chiarì anche che nel nostro ordinamento la legislazione  nazionale, per di più quando è prodotta dalla espressione della volontà  popolare, non può avere altro limite che quello dei principi  fondamentali dell’ordinamento giuridico e dei valori della Costituzione e  non di norme prive di valore cogente.<br />
Non solo la pressione politica  dello INCB non ebbe alcuna conseguenza in ambito internazionale, ma  neppure in ambito locale suscitò alcun dibattito. Ancora, nel 1995 una  proposta di legge per la legalizzazione dei derivati della cannabis  indica fu sottoscritta da oltre 150 deputati.2 I sei articoli  disegnavano un sistema di autorizzazioni per la coltivazione a fini di  commercio, l’acquisto, la produzione e la vendita di canapa. I prodotti  destinati alla vendita al dettaglio sarebbero stati sottoposti a  controllo di qualità, mentre le confezioni destinate alla vendita al  minuto avrebbero dovuto riportare avvertenze sugli inconvenienti per la  salute. Era contemplato il divieto della vendita di canapa ai minori di  sedici anni, nonché della propaganda pubblicitaria diretta o indiretta.  Erano inoltre indicati la tipologia degli esercizi autorizzati alla  vendita e i requisiti dei locali pubblici destinati al consumo delle  sostanze.<br />
Infine, era prevista una relazione annuale al Parlamento  sullo stato di attuazione della legge e sui suoi effetti: in particolare  sull’andamento delle vendite, sull’età media dei consumatori, sul  rapporto fra uso di canapa e consumo di alcolici e di altre sostanze  stupefacenti, sull’eventuale persistenza del mercato clandestino. La  proposta iniziò il suo iter parlamentare nonostante le difficoltà  politiche, anche se poi la fine anticipata della legislatura impedì la  conclusione della discussione. Se fosse stata approvata, sarebbe  diventata legge dello Stato nonostante le previsioni delle Convenzioni  internazionali.</p>
<p><strong>Dal centralismo burocratico al «rimpatrio» della politica delle droghe</strong><br />
C’è  da dire che la depenalizzazione (del consumo) è diversa dalla  legalizzazione (della produzione e del consumo): quest’ultima è  chiaramente esclusa dalle Convenzioni. È pur vero che le decisioni prese  secondo le procedure democratiche nazionali hanno la supremazia sui  trattati internazionali, nel senso che gli ultimi non possono costituire  impedimento all’esercizio del potere democratico in merito alle  questioni oggetto delle convenzioni internazionali.<br />
Tuttavia, se la  legge sulla legalizzazione della cannabis fosse stata approvata,  l’Italia avrebbe di fatto denunciato le Convenzioni e sarebbe quindi  uscita dal regime dei trattati internazionali. Nel caso della  depenalizzazione dell’uso, ci sono invece margini di compatibilità col  dettato delle Convenzioni. Tali margini hanno permesso all’Olanda di  perseguire la politica della tolleranza per la cannabis col sistema dei  coffee shop; così come ad alcuni paesi, soprattutto europei, di aprire  le «stanze del consumo» sicuro, dotate di assistenza sanitaria (safe  injecting room) e di sperimentare con successo altre misure di riduzione  del danno. In questi casi, i richiami all’ordine dello INCB  (puntualmente verificatisi negli esempi sopra citati) si basano su  interpretazioni soggettive dei trattati che non si vede per quale  ragione debbano prevalere su quelle degli Stati membri, se è vero, com’è  vero, che i trattati stessi riconoscono il diritto di applicare gli  articoli in accordo col sistema legale vigente negli Stati.3 È evidente  che lo INCB sta sconfinando dai suoi compiti istituzionali, per muoversi  su un terreno squisitamente politico, che non gli compete. Stante che  il Board non ha poteri per costringere i paesi ad applicare le proprie  direttive, le sue citazioni di demerito verso gli Stati «disobbedienti»  valgono quale forma di stigmatizzazione di fronte alla comunità  internazionale. Sono pressioni politiche che possono mettere in serie  difficoltà i paesi più deboli (i cosiddetti paesi «produttori», per  esempio), ma che non possono intralciare le riforme in quelli più forti.  Così è stato in Italia, come si è detto, per le norme di  depenalizzazione uscite dal referendum. Così è stato per il Regno Unito,  quando nel 2003 fu decisa la declassificazione della cannabis (col  risultato di una sostanziale depenalizzazione dell’uso personale di  questa sostanza): il governo britannico rispose agli attacchi dello INCB  con una nota diplomatica gelida e perfino sprezzante, nel merito e  nella forma.<br />
Per tornare al problema più scottante della modifica  delle convenzioni, esso è da diverso tempo all’attenzione del movimento  riformatore. Nel 2003, Forum Droghe organizzò a Venezia un convegno  intitolato «Da Venezia a Vienna. Per un’alternativa alla war on drugs in  nome dei diritti umani», in occasione della riunione della CND  (Commission on Narcotic Drugs) per la cosiddetta «valutazione di medio  termine» del piano globale antidroga lanciato all’Assemblea Generale  dell’ONU del 1998 (UNGASS Midterm Review). In quella sede, la studiosa  Cindy Fazey propose il «rimpatrio» delle politiche delle droghe:  riportare le scelte fondamentali nelle mani dei governi nazionali,  lasciando decadere di fatto alcune norme delle Convenzioni  internazionali. In questo caso il cambiamento avverrebbe non attraverso i  complessi meccanismi burocratici di denuncia o di emendamento previsti  dai trattati, ma tramite l’iniziativa politica decentrata di un singolo  paese o (meglio) di un certo numero di paesi a vocazione riformatrice.  Negli stessi anni, il sociologo Peter Cohen pubblicava un saggio sulla  «Chiesa della proibizione» e i suoi «testi sacri ». Scriveva fra  l’altro: «La vera sfida alla legittimità dei trattati sulle droghe non  sta nel prendere iniziative di cambiamento al livello della  Congregazione. Il vero test sarà quando i singoli paesi o gruppi di  paesi capiranno che i cambiamenti di cui le loro città hanno bisogno  andranno sempre contro qualche frase o virgola dei testi sacri».4 È la  via della denuncia di fatto, della dissociazione tacita, dell’iniziativa  dal basso che si legittima in base all’efficacia dei risultati, alla  capacità effettiva di governare le comunità locali. In sintesi, lo  svuotamento delle Convenzioni conduce naturalmente alla loro decadenza.<br />
Già  si è detto dei sintomi di cedimento nell’edificio proibizionista. Nel  novembre 2010 si è registrato lo scricchiolio più rumoroso: il  Rapporteur delle Nazioni Unite per il «Diritto al godimento del più alto  possibile standard di salute fisica e mentale», Anand Grover, presenta  un rapporto di denuncia delle tante violazioni dei diritti umani  perpetrate in nome della guerra alla droga punta l’indice contro le  Convenzioni di proibizione. Il Rapporteur sul diritto alla salute chiede  un «cambio di paradigma» radicale: il superamento delle Convenzioni e  il passaggio alla regolamentazione legale seguendo un modello simile a  quello del tabacco. Interessante la risposta congiunta degli organismi  ONU preposti alla politica delle droghe, lo UNODC e lo INCB: da un lato  ribadiscono il carattere perenne dei «sacri» trattati, rivendicando la  insostituibilità dell’approccio penale nella «prevenzione dell’abuso e  della dipendenza» [sic]; dall’altro propongono un «approccio  bilanciato», ricordando che per il consumo le convenzioni consentono  misure alternative alle sanzioni penali. Esattamente quanto previsto dal  referendum italiano del 1993 di depenalizzazione dell’uso di droghe,  che allora aveva suscitato le reazioni stizzite dello INCB.<br />
Times  they are a-changing a Vienna? Chissà. Intanto, Times they are a-changing  negli Stati Uniti. Nell’ottobre 2010, il governatore della California,  il repubblicano Arnold Schwarzenegger, ha firmato una legge sull’uso  personale di marijuana che sostituisce la previsione del carcere con una  semplice multa, senza più alcuna conseguenza penale. La legge entra in  vigore nel gennaio 2010: siamo curiosi di leggere il prossimo rapporto  INCB.<br />
<strong><br />
Alcol e cannabis, i limiti della categoria di danno</strong><br />
La  regolamentazione legale di tutte le sostanze psicoattive non significa  il semplice allineamento (normativo) delle droghe in precedenza illegali  a quelle legali. Al contrario, occorre riconsiderare e riclassificare  il rischio/danno di tutte le sostanze. La nuova cornice normativa  adeguer  i controlli legali alla graduatoria di rischio sanitaria. E  poiché l’alcol è sempre più indicato come una sostanza pericolosa, il  nuovo sistema dovrà ragionevolmente proporre normative più stringenti  per l’alcol a fronte di un allentamento dei controlli per alcune  sostanze oggi illegali: così ragionano gli autori del volume. Tale tesi,  non nuova nel fronte antiproibizionista, è sostenuta soprattutto dai  fautori della legalizzazione della canapa. I quali, per sottolineare la  sproporzione fra il bassissimo rischio farmacologico della cannabis  («non-droga», si è detto) e l’alto livello di repressione penale,  puntano l’indice contro i danni elevati dell’alcol (a fronte degli  insufficienti controlli legali). È lo stesso ragionamento del  farmacologo britannico David Nutt, che nel 2007, in un primo studio, ha  proposto una classificazione del danno da droghe: l’alcol è ai gradini  più alti della scala (insieme ad eroina, cocaina e barbiturici) mentre  la canapa è classificata a quelli più bassi (undicesimo posto). Il  secondo studio di Nutt (2010) segue sostanzialmente la stessa  metodologia del primo, di consensus conference fra esperti.5 Esso mostra  un allargamento della forbice fra la scala del danno da un lato, e i  regimi legali dall’altro: l’alcol è ritenuto la sostanza più pericolosa,  e raggiunge il vertice (72 punti di danno) grazie agli alti punteggi  nei criteri di «danno agli altri» (i danni sociali come «crimine» e  «conseguenze negative in famiglia»); la canapa è ben distanziata  all’ottavo posto con 20 punti); addirittura l’ecstasy è al quartultimo  posto (con un punteggio di 9).<br />
Questa linea – allentiamo i controlli  per la canapa ma rafforziamoli per l’alcol – tanto è solida e di buon  senso in apparenza, quanto discutibile nella sostanza.<br />
Fra le  possibili obiezioni, una basilare è stata avanzata da un altro  farmacologo, Paolo Nencini:6 Nutt non tiene presente – sostiene Nencini –  che esistono due aree degli effetti dell’alcol, «approssimativamente  separate dal livello di alcolemia che distingue lo stato sobrio da  quello dell’ebbrezza. La prima area comprende gli effetti che in senso  lato facilitano la socializzazione: abbattimento dell’ansia sociale,  facilitazione della comunicazione verbale e no, euforia. La seconda  comprende invece gli effetti che generano comportamenti antisociali:  ostilità e aggressività, distorta percezione dei messaggi verbali e non  verbali, errata valutazione delle conseguenze delle proprie azioni». Su  questi differenti grappoli di effetti si sono fondate differenti culture  del bere: «la nostra, la cosiddetta cultura mediterranea, che discende  dalla cultura greca, ha familiarità col grappolo di effetti «che  contribuisce alla socializzazione e sembra addirittura partecipare alla  buona salute fisica della comunità». La classificazione di Nutt crea a  Nencini «sorpresa e disagio» perché si riferisce all’altro grappolo di  effetti dell’alcol, quello dell’eccesso alcolico, mentre ignora le  culture della sobrietà.<br />
È in primo luogo un richiamo a considerare la  miopia della categoria di rischio, poiché le sostanze hanno vantaggi e  svantaggi, effetti positivi ed effetti negativi; e a valutare il ruolo  decisivo delle culture e dei contesti nel «plasmare » i modelli di  consumo (massimizzando gli effetti farmacologici positivi e  minimizzando/espungendo quelli negativi). Non solo. Desta in noi stupore  e disagio che si parli di «danni sociali» delle droghe astraendo da  come le sostanze vengono usate. In tal modo, i danni sociali sono  ricondotti alle proprietà delle sostanze, come se la farmacologia  potesse dar conto, in maniera deterministica, dei comportamenti  individuali e dei modelli sociali di consumo. Il lavoro di David Nutt ha  l’indubbio merito di evidenziare l’incongruenza e l’insensatezza  dell’attuale trattamento legale delle sostanze psicoattive. Tuttavia,  non sfugge ai limiti della prospettiva «farmacocentrica», la stessa che è  alla base della cultura del proibizionismo. Se infatti il problema è  nelle sostanze che «dominano» gli individui, e non sono contemplate le  capacità degli individui e dei contesti di «dominare» le droghe, allora  l’obiettivo principe sarà di ridurre al minimo le opportunità di  contatto fra gli individui e le sostanze: il che significa ridurre (fino  ad eliminare quale obiettivo ideale) l’offerta<br />
della sostanza sì da ridurre al minimo la prevalenza dell’uso di alcol nella popolazione.<br />
<strong><br />
La legalizzazione è di là da venire? Mai dire mai</strong><br />
Dunque,  il «farmacocentrismo» si tira dietro la centralità dei controlli  legali, di interdizione della sostanza (quali il divieto di acquisto e  di uso in pubblico al di sotto di una certa età, ad esempio). Peraltro,  la proibizione non è altro che l’opzione estrema, più radicale, del  controllo legale. Non a caso l’idea di leggere i consumi di alcol  attraverso (l’unica) lente del danno, nasce originariamente nell’ambito  del Movimento della Temperanza, che sul finire del XIX secolo si batté  per la proibizione dell’alcol e riuscì ad imporla nell’America degli  anni venti. Per tali ragioni, è assai improbabile che il «riequilibrio»  fra alcol e cannabis possa risolversi nel passaggio alla legalità di  quest’ultima.<br />
È invece assai più probabile che sia l’alcol ad essere risucchiato nella spirale della proibizione.<br />
Non  ci stancheremo di ripetere che esiste un modello di salute alternativo,  centrato sui controlli sociali. In tale visione, le culture della  sobrietà sono un fattore protettivo contro l’eccesso alcolico:  sostenerle e promuoverle rappresenta la più efficace forma di  prevenzione. I dati sembrano favorire questa linea: i paesi  mediterranei, nonostante abbiano più alta prevalenza di consumo di  bevande alcoliche rispetto ai paesi nordici e anglosassoni (radicati  nella cultura della Temperanza), hanno tuttavia minori problemi alcol  correlati.<br />
Ciò non significa che non sia opportuno introdurre nuove  norme di legge, ovviamente. Noi stessi abbiamo presentato in Parlamento  (peraltro senza successo) proposte per il divieto della pubblicità  televisiva dei superalcolici e della vendita di bevande alcoliche nei  punti di ristoro delle autostrade. La proposta con prima firma Corleone  nella XIII legislatura riprendeva un disegno di legge della X  legislatura presentato dai senatori Grazia Zuffa, Nicola Imbriaco,  Giovanni Berlinguer, Giovanni Correnti e Franca Ongaro Basaglia.<br />
L’essenziale  è di non assecondare il riduzionismo farmacologico: l’uso di droghe è  un’esperienza umana complessa che non può essere ridotta agli effetti  della sostanza sull’organismo.<br />
La legalizzazione è di là da venire?  Ethan Nadelmann in un saggio pubblicato su Fuoriluogo rispondeva così:  «Mai dire mai». E aggiungeva: «Un mondo libero dalla droga, definito  dalle Nazioni Unite un obiettivo realistico, è tanto raggiungibile  quanto un mondo libero dall’alcol, cosa di cui nessuno più parla  seriamente da quando la proibizione è stata abrogata negli Stati Uniti  nel 1933. Tuttavia persiste una futile retorica sul vincere la guerra  alla droga, nonostante le montagne di evidenze che ne documentano la  bancarotta morale e ideologica. La guerra globale alle droghe persiste  anche perché tante persone non distinguono tra i danni dell’abuso di  sostanze e i danni della proibizione. La legalizzazione ci obbliga a  mettere questa distinzione in primo piano. Poche persone hanno ancora  dubbi sul fatto che la guerra alla droga sia persa, ma servono coraggio e  capacità di visione per superare l’ignoranza, la paura e gli interessi  acquisiti che la sostengono».8<br />
Condividiamo totalmente questo  auspicio e ci auguriamo che questo libro contribuisca a far rinascere  anche in Italia una discussione senza pregiudizi.<br />
Una nuova stagione, di ragione e tolleranza, forse si avvicina.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/18/verso-un-cambio-di-paradigma-nel-mondo-forse-anche-in-italia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Droghe e politica, l’erba dell’Uruguay è più verde</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/13/droghe-e-politica-l%e2%80%99erba-dell%e2%80%99uruguay-e-piu-verde/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/13/droghe-e-politica-l%e2%80%99erba-dell%e2%80%99uruguay-e-piu-verde/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 14:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le droghe]]></category>
		<category><![CDATA[canapa]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriluogo]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[uruguay]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=715</guid>
		<description><![CDATA[Franco Corleone scrive sulla proposta di legalizzazione della coltivazione della canapa nel paese sudamericano per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 13 aprile 2011. Vai allo speciale sulla politica delle droghe in Sud America su fuoriluogo.it. Dall’Uruguay giunge la notizia della presentazione in Parlamento di una proposta di legge per la legalizzazione della coltivazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Franco Corleone scrive sulla proposta di legalizzazione della  coltivazione della canapa nel paese sudamericano per la rubrica di  Fuoriluogo sul Manifesto del 13 aprile 2011. Vai allo <a href="http://www.fuoriluogo.it/sito/home/archivio/speciali/politica-sulle-droghe-in-america-latina">speciale sulla politica delle droghe in Sud America</a> su fuoriluogo.it.</p></blockquote>
<div id="attachment_716" class="wp-caption alignright" style="width: 278px"><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/alicia-1dfe6.jpg"><img class="size-full wp-image-716" title="Alicia Castilla" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/alicia-1dfe6.jpg" alt="" width="268" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Alicia Castilla</p></div>
<p>Dall’Uruguay giunge la notizia della presentazione in Parlamento di una  proposta di legge per la legalizzazione della coltivazione per uso  personale della canapa.<br />
L’Uruguay è un paese che ha abbandonato la  war on drugs e recentemente ha avuto una svolta politica progressista.  La legge non criminalizza l’uso personale di droghe e il governo dà la  priorità al perseguimento dei grandi spacciatori invece di concentrare  risorse ed energie contro i pesci piccoli. Nell’ultimo decennio, si è  mostrata una certa larghezza di vedute soprattutto verso la marijuana:  la norma non punisce il possesso di un cosiddetto “ragionevole  quantitativo” per consumo personale, la cui legittimità è affidata alla  discrezionalità del giudice. Dal 2007, diversi gruppi di attivisti  pro-canapa hanno aperto un confronto con le autorità per chiedere la  legalizzazione della auto coltivazione.<br />
La vicenda è però esplosa  nello scorso gennaio quando una giudice, Adriana Aziz, ha imprigionato  Alicia Castilla, nota militante, autrice di due volumi sulla cultura  della canapa e che pubblica ogni anno un Almanacco sulla coltivazione  biodinamica della marijuana.<br />
E’ così scoppiata la contraddizione di  una legge che contemporaneamente vieta la coltivazione e ammette il  possesso di una “ragionevole” quantità di sostanza per il consumo  privato.<br />
Il 24 febbraio si è svolta una manifestazione davanti alla  Suprema Corte per la liberazione di Castilla e di altri 350 persone  condannate per il possesso di piccole quantità di marijuana. Il  portavoce della Suprema Corte Raul Oxandabarat in una conferenza stampa  ha ammesso l’esistenza di un vuoto legislativo e lo Zar antidroga Milton  Romani ha riconosciuto che “non è prudente incarcerare una donna che  chiaramente non costituisce alcun pericolo per la salute pubblica”.  Immediatamente la politica ha battuto un colpo: il deputato Sebastian  Sabini del Movimento di partecipazione popolare (MPP), ha presentato una  proposta di legge per la legalizzazione  della canapa,  stabilendo la  liceità del possesso fino a 25 grammi e della coltivazione domestica  fino ad otto piante femmine. Sabini è un esponente del maggior partito  della coalizione di governo e ha trovato l’accordo con Nicolas Nunez,  leader del Partito Socialista. Anche parlamentari dell’opposizione hanno  predisposto un testo di riforma ma lasciando al giudice la valutazione  sulla destinazione della sostanza detenuta, se per uso o per spaccio.<br />
Sono  interessanti le analogie con la situazione giuridica italiana, in  ambedue i paesi le norme ricalcano i trattati Onu: l’articolo principale  (il 73 della legge italiana, il 3 di quella uruguayana) criminalizza  indiscriminatamente tutte le condotte, dal traffico, alla coltivazione,  al possesso. Le norme che in Uruguay depenalizzano il possesso di  “ragionevoli quantità” (in Italia infliggono solo punizioni meno  drastiche) si presentano come una sorta di “eccezione” alla norma  generale e rimane la questione se la coltivazione ad uso personale debba  essere equiparata alla detenzione. In Italia, una recente sentenza del  tribunale di Milano stabilisce l’equiparazione, nonostante altre  sentenze della Cassazione di segno ( ne ho scritto sul manifesto, 11/2/  2010).<br />
Quanto alla politica, il capo del Dipartimento antidroga  italiano, Giovanni Serpelloni si diletta a commissionare studi sui  pretesi danni dell’uso di cannabis, mentre nel mondo si ragiona su come  eliminare i danni certi prodotti dall’incarcerazione per una sostanza a  minor rischio come la marijuana. Carlo Giovanardi (cui si deve  l’approvazione della legge che ha equiparato tutte le droghe e che ha  contribuito a riempire le galere di tossicodipendenti e di presunti  spacciatori) sostiene che in Italia il consumo non è penalizzato, ma  sanzionato solo in via amministrativa. Non è così, perché la detenzione  di una quantità superiore a quello stabilita dal governo (tramite  semplice decreto del ministro della sanità) apre le porte delle prigioni  (da sei a venti anni di carcere, da uno a sei solo in caso il giudice  riconosca la “lieve entità” del reato).<br />
Qualche anno fa, Ethan  Nadelmann, direttore della Drug Policy Alliance, intitolava un saggio  sulla politica globale delle droghe “L’Europa ha qualcosa da insegnare  all’America”. Dopo l’autorevole appello dei tre ex presidenti  sudamericani Cardoso, Gaviria, Zedillo a superare la “guerra alla  droga”, dopo la richiesta di Evo Morales di emendare i trattati Onu per  legalizzare la foglia di coca, possiamo dire: l’Europa ha qualcosa da  imparare dall’America Latina.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/04/13/droghe-e-politica-l%e2%80%99erba-dell%e2%80%99uruguay-e-piu-verde/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un deserto chiamato carcere</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/02/28/un-deserto-chiamato-carcere/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/02/28/un-deserto-chiamato-carcere/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 07:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le carceri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=702</guid>
		<description><![CDATA[La trasmissione di Iacona “Presa diretta” sul carcere ha mostrato a un pubblico assai vasto lo stato indecente delle carceri italiane, il non rispetto delle norme previste dall’Ordinamento Penitenziario e dal Regolamento di attuazione da dieci anni dimenticato, la violazione dei principi della Costituzione sul senso della pena. Purtroppo non solo non scatta l’indignazione, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/TERRA2622011.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-703" title="TERRA2622011" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/TERRA2622011.jpg" alt="" width="115" height="167" /></a>La trasmissione di Iacona “Presa diretta” sul carcere ha mostrato a un pubblico assai vasto lo stato indecente delle carceri italiane, il non rispetto delle norme previste dall’Ordinamento Penitenziario e dal Regolamento di attuazione da dieci anni dimenticato, la violazione dei principi della Costituzione sul senso della pena.<br />
Purtroppo non solo non scatta l’indignazione, ma addirittura un silenzio atroce copre la tragedia che si perpetua in una Istituzione totale e separata.<br />
La rimozione da parte del ceto politico e della cosiddetta società civile non è catalogabile sotto il segno della distrazione ma si rivela come responsabilità colpevole del fiume di sangue che scorre in galera a causa delle migliaia di atti di autolesionismo, delle troppe morti “naturali” e del numero abnorme di suicidi, del sequestro di oltre ventimila tossicodipendenti e stranieri che non dovrebbero stare in carcere.<br />
In questi giorni si sta consumando l’ennesima beffa, cioè il fallimento annunciato della legge Alfano sulla detenzione domiciliare per chi deve scontare una pena inferiore ai dodici mesi. A Sollicciano, il carcere di Firenze con quasi mille detenuti (il doppio di quanti dovrebbero stare), ne hanno usufruito in dieci. E pensare che qualche giornalista in veste di imprenditore della paura l’aveva definita una legge “svuota carceri”!<br />
Il Coordinamento nazionale dei Garanti dei diritti dei detenuti ha deciso di lanciare una piattaforma per la riforma del carcere e di rispondere alla omertà diffusa. Sono stato eletto Coordinatore e il mio impegno sarà assoluto e senza limiti per porre nell’agenda della politica i temi che possono fare la differenza.<br />
“Se non ora quando” potrebbe essere anche la parola d’ordine di questa campagna controcorrente: un nuovo Codice Penale che sostituisca il codice Rocco degli anni trenta, il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, il diritto alla salute dei detenuti, la liberazione dei bambini dalla costrizione delle sbarre, lo sviluppo delle misure alternative per favorire il reinserimento sociale. Sono alcuni degli obiettivi che indichiamo per la grande riforma della giustizia a partire dal carcere. Non le finte riforme per alimentare i privilegi di classe ma partendo dalla situazione degli ultimi realizzare la giustizia giusta. Sappiamo che occorrerà cancellare le leggi criminogene come quella sulle droghe che è responsabile del maledetto sovraffollamento.<br />
Si tratta di una piattaforma su cui vogliamo costituire una grande unità di avvocati e magistrati e una azione comune con il mondo del Terzo settore per un rilancio del sistema dei diritti e del welfare nel nostro Paese.<br />
La presenza dei Garanti in molte città italiane negli ultimi anni ha costituito l’unico elemento di novità e di speranza in quello che troppo spesso è stato definito come una discarica sociale.<br />
Non ci aspettiamo nulla dal Governo, dal ministro pro-tempore della Giustizia, dall’Amministrazione Penitenziaria priva di un progetto per immaginare un modello di carcere responsabilizzante e non infantilizzante. Oggi come oggi neppure dall’opposizione vediamo segni di differenza. Le macerie securitarie e giustizialiste hanno colpito a 360 gradi (l’elogio dell’ergastolo lo dimostra) e la ricostruzione della cultura garantista e civile sarà necessariamente di lunga durata.<br />
Le Regioni che hanno oggi la responsabilità di gestire la sanità pubblica in carcere potrebbero avere l’ambizione di governare anche il tema delle pene alternative legandole al territorio. Le Regioni, in particolare quattro regioni come la Toscana, l’Emilia-Romagna, l’Umbria e la Puglia dovrebbero nominare i Garanti regionali dei diritti delle persone private della libertà personale con un segno politico preciso, superando un ritardo intollerabile. Costruire una rete alternativa al potere centrale e alla politica inesistente di chi pensa solo a costruire nuove carceri è possibile.<br />
Vendola, Marini, Errani e Rossi potrebbero battere un colpo con una sintonia eloquente. E’ l’ora della politica e dell’iniziativa dal basso.</p>
<p>Franco Corleone<br />
Garante dei detenuti di Firenze<br />
Coordinatore nazionale dei garanti</p>
<p>(da Terra del 26 febbraio 2011)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/02/28/un-deserto-chiamato-carcere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Battisti, l’ergastolo e i poteri del Quirinale</title>
		<link>http://www.francocorleone.it/sito/2011/01/12/battisti-l%e2%80%99ergastolo-e-i-poteri-del-quirinale/</link>
		<comments>http://www.francocorleone.it/sito/2011/01/12/battisti-l%e2%80%99ergastolo-e-i-poteri-del-quirinale/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 11:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Corleone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Le carceri]]></category>
		<category><![CDATA[cesare battisti]]></category>
		<category><![CDATA[ergastolo]]></category>
		<category><![CDATA[franco corleone]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriluogo.it]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.francocorleone.it/sito/?p=687</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;articolo di Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 12 gennaio 2010. La lezione di Aldo Moro “La funzione della pena”, pubblicata nel volume Contro l’ergastolo, Ediesse, 2009, su www.fuoriluogo.it C’era una volta Cesare Battisti, l’esponente dell’irredentismo trentino impiccato dagli austriaci il 12 luglio 1916. Oggi, a causa di una irriverente omonimia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>L&#8217;articolo di Franco Corleone per la <a href="http://www.fuoriluogo.it/blog/2011/01/12/battisti-l%e2%80%99ergastolo-e-i-poteri-del-quirinale/">rubrica di  Fuoriluogo</a> sul Manifesto del 12 gennaio 2010. La lezione di Aldo Moro  “La funzione della pena”, pubblicata nel volume <em>Contro l’ergastolo</em>, Ediesse, 2009, su <a href="http://www.fuoriluogo.it/">www.fuoriluogo.it</a></p></blockquote>
<p><a href="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/battisti.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-688" title="battisti" src="http://www.francocorleone.it/sito/wp-content/uploads/battisti.jpg" alt="" width="230" height="286" /></a>C’era una volta Cesare Battisti, l’esponente dell’irredentismo  trentino impiccato dagli austriaci il 12 luglio 1916. Oggi, a causa di  una irriverente omonimia, la memoria del martire è cancellata a  vantaggio di un protagonista minore della lotta armata. Anche questo  esito è conseguenza certamente non voluta dell’orgia di parole sopra  tono, delle speculazioni interessate, delle minacce altisonanti.</p>
<p>In un paese serio, la sua classe politica avrebbe reagito  diversamente alla decisione del Presidente Lula di negare l’estradizione  per un cittadino italiano condannato all’ergastolo per la  responsabilità diretta o morale di quattro omicidi compiuti nel 1978.  L’utilizzo di termini come “schiaffo all’Italia” o di “insulto alla  giustizia” o addirittura di “attacco alla democrazia” sono il segno  caratteristico di un paese dalla tenuta nervosa fragile e dalla tendenza  vittimistica e isterica.</p>
<p>L’Italia avrebbe dovuto cogliere l’occasione offerta dal Brasile per  fare i conti più che con la storia del terrorismo, delle leggi speciali,  insomma con il passato, quanto meno con il suo presente.</p>
<p>La gran parte della stampa ha dato una pessima prova di  disinformazione abbandonandosi alla più vieta propaganda: il complotto  giudaico massonico questa volta è stato sostituito dalla protervia di un  paese “inferiore”: senza che nessun giornale “indipendente” abbia  ritenuto di fornire in maniera completa le ragioni del rifiuto di  accedere alla richiesta di estradizione da parte del governo brasiliano e  poi di Lula. Cosicché la decisione brasiliana appare un segno di  stravaganza, quasi un dispetto. E invece vale la pena di capire perché  un grande paese è disposto a mettere a rischio i rapporti economici e  strategici con un partner importante: se non è un capriccio vi devono  essere motivi che ci devono interrogare.</p>
<p>Mauro Palma e Alessandro Margara ( Manifesto, 31/12 e 7/1) hanno  messo in luce i due punti che suscitano la contrarietà del Brasile: il  fatto che l’Italia conservi la pena dell’ergastolo e la mancata ratifica  del protocollo addizionale alla convenzione contro la tortura (che  prevede un meccanismo ispettivo sovranazionale e l’istituzione di una  autorità garante dei diritti dei detenuti).</p>
<p>Sono davvero questioni così irrilevanti da non meritare un confronto?  Antonio Cassese, acuto giurista e paladino dei diritti umani, è incorso  in un errore grave sostenendo che per la pena dell’ergastolo esistono  forme di detenzione alternativa, delle quali Battisti potrebbe  usufruire. Non è così, in quanto i suoi reati rientrano fra quelli  previsti dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che non  consentono la liberazione condizionale. Ciò dimostra, se mai ce ne fosse  stato bisogno, che in Italia l’ergastolo non è una finzione giuridica,  come si vorrebbe far credere, anzi è una realtà pregnante (perfino in  aumento negli ultimi anni). Con la stessa logica con cui l’Italia si  rifiuta di consegnare un prigioniero ad un paese che prevede la pena di  morte poiché estranea al suo ordinamento, così il Brasile si comporta  per l’ergastolo.</p>
<p>Questo caso non si può risolvere in una bulimia di proclami, di  ritorsioni e di boicottaggi più esilaranti che gravi. Deve invece essere  una occasione per affrontare i nodi che sono emersi e che si vogliono  nascondere sotto la coperta della lotta al terrorismo. Oltre ad  esprimere delusione e rammarico, il presidente Napolitano potrebbe  compiere degli atti concreti di sua esclusiva competenza per rimuovere  gli equivoci: ad esempio, annunciare la commutazione dell’ergastolo di  Battisti in una reclusione congrua e invitare il Parlamento ad adempiere  a quegli obblighi internazionale che le associazioni che si occupano di  carcere, giustizia e diritti chiedono da anni. Allora la richiesta di  estradizione avrebbe maggiore forza e legittimità sostanziale. Questa è  la vera questione su cui l’opposizione dovrebbe incalzare il governo,  senza farsi sedurre dall’<em>urlo del topo</em> di Frattini e La Russa e infilarsi in polemiche giuste, ma minori, sulla scarsa credibilità internazionale dell’Italia.</p>
<p>L’ammonimento ai giovani di Aldo Moro a proposito dell’ergastolo,  “Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei  privati”, è un monumento del pensiero giuridico umanistico da cui non si  dovrebbe prescindere mai.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.francocorleone.it/sito/2011/01/12/battisti-l%e2%80%99ergastolo-e-i-poteri-del-quirinale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

