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Intervento da pubblicare sul libro: "Dalla prevenzione al lavoro"
a cura di Vincenzo Morgera e Silvia Ricciardi. Anno 2001.
Editore: Vittorio Pironti.

La realtà che ci troviamo ad affrontare quando si parla di minori è densa di contenuti che fanno eco, a volte allarmanti e che quindi ci disorientano, e in misura più debole e sottile fatta di testimonianze positive della cosiddetta fascia dei "cittadini in crescita", come una rivista recentemente titola parlando di minori.

"L'interesse del minore" come tutti sappiamo è il criterio-guida di ogni giudizio discrezionale compiuto dall'autorità giudiziaria nell'emettere la decisione; quest'ultima il più delle volte ricade sull'istituzionalizzazione che è legata non tanto alla gravità del reato o alla pericolosità del minore, quanto alla mancanza di valide alternative di trattamento all'esterno e alle difficoltà organizzative, di funzionamento e di sperimentazione sociale.

Tale mancanza di risorse negli ultimi anni ha lasciato spazio ad interventi che sempre più specializzati e diretti, incidono positivamente sul percorso di recupero del reo favorendo la costruzione di strutture adeguate ad intervenire nel complesso universo minorile, e, incentivando l'opportunità di nuove occasioni di lavoro e progetti innovativi, danno voce ad un mondo fatto di speranze che non devono restare disattese.

Il lavoro in sostanza è recupero; infatti, le opportunità di inserimento lavorativo offerte ai giovani dalle strutture esistenti sul territorio contribuiscono non solo ad eliminare il senso di vuoto e frustrazione che una struttura totalizzante quale quella carceraria spesso crea, ma corrispondono altresì alle reali aspirazioni, desideri, attitudini di chi si trova a confrontarsi con una simile realtà.

In condizioni di difficoltà e disagio quale quelle che da più parti i minori lamentano, occorre avere fantasia e coraggio; e le ipotesi di sviluppo attuate concretamente dal Progetto Jonathan costituiscono un valido esempio di azione atta a contrastare situazioni di estremo svantaggio, di emarginazione e devianza sociale che i giovani in condizioni di sofferenza vivono.

Per far funzionare una società c'è bisogno di reti e di capacità di relazioni; solo così tutto lo sforzo delle pene alternative e del lavoro può avere successo; infatti, se nella società trionfa l'individualismo e l'egoismo questi progetti difficilmente riuscirebbero a diffondersi, svilupparsi ed avere successo.

La collaborazione tra l'Associazione Jonathan e il Gruppo Merloni Elettrodomestici S.p.A. che si realizza oramai da quattro anni sulla base della stipula di un protocollo di intesa, rappresenta per i minori una valida opportunità di confrontarsi con il mondo "al di là" del carcere, e per gli operatori un modo di contenere il carcere sempre più al limite del silenzio e dell'ombra.

Inoltre la proposta avanzata dall'Associazione Jonathan alla Provincia di Napoli, al Comune o alle sedi dell'Unione Industriale presenti nelle provincie della Regione Campania, di istituire uno sportello per le Pari Opportunità per monitorare le domande ed offerte di lavoro per i giovani adulti dell'area penale o in condizioni di grave disagio sociale, offre non solo una concreta opportunità lavorativa, di inserimento sociale e di recupero per i giovani che circolano in ambito penale, ma consente di rendere nota alle imprese la mappa delle competenze di cui potrà disporre.

L'esperienza messa a disposizione dei minori in difficoltà, dall'Associazione Jonathan e dalle altre che operano in tale direzione, non deve più essere una testimonianza di quello che si può fare, ma una pratica generalizzata di una politica diffusa. Infatti, se riusciremo nell'intento, questo ci aiuterà a realizzare una società che non abbia muri, una società che affronta le contraddizioni attraverso un cambiamento della cultura sociale, al fine di realizzare quella che si può dire con uno slogan che può apparire banale, una società migliore.