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Intervento al convegno "Giustizia e solidarietà"
Roma 15 settembre 2000.

Senza nascondere, ma molte cose positive sono state fatte.

Dobbiamo tener conto come sono in gioco questioni che non si determinano solo nel nostro paese.

Ci sono delle linee di tendenza politiche, culturali, di opinione, nelle società più o meno sviluppate, con cui occorre fare i conti e capire che l'Italia e l'Europa sono in grado di avere un ruolo su questi temi- giustizia e carcere e che il carcere è il risultato finale della giustizia-, che sono in grado di avere una linea politica, culturale, di tendenza sulle opinioni delle società che non siano quelle che già si parlano, che sono dominanti.

Parto dal problema del sovraffollamento. Ormai è da un po' di tempo che mi occupo del carcere; siamo una compagnia che va in giro, avendo quelle caratteristiche che sono tipiche delle tribù; assumo la figura del tormentone. Il mio tormentone di questi ultimi tempi è quello di dire che il sovraffollamento non è dovuto alla mancanza di posti letto, ma all'eccessivo numero di detenuti.

Perché noi, certo, dobbiamo fare i conti con la gente che dorme al 3°, 4° piano, per terra, al quinto, nei corridoi, tutto quello che vogliamo. C'è anche questo. Ma il sovraffollamento non è concettualmente quello che mancano i posti letto nelle carceri, ma deriva dal fatto che vi sono troppi detenuti.Vi sono troppi detenuti perché l'Europa sta seguendo, purtroppo, ma ancora in maniera abbastanza contenuta, la linea degli Stati Uniti e della Russia, che è quella di una carcerazione di massa, con dei tassi altissimi. Se questa linea dovesse prevalere ed essere sviluppata, vorrebbe dire che in Italia ci sarebbero 200 mila detenuti. Dopo di che, se l'On.le Gasparri e l'On.le Mantovano, nel loro sogno - credo che non si realizzerà- dovessero governare e creare 200 mila posti letto confortevoli, potrebbero pensare di aver risolto il problema del sovraffollamento.

Penso che in quel caso si dovrebbe prendere in seria considerazione l'ipotesi di considerare l'Italia un paese invivibile. Ecco il problema, giungere ad un'azione di governo. Però, molte azioni positive e, forse, le conoscete meglio di me, vanno ricordate. Non è vero, Ferrari, che il Parlamento non ha dato risposta al carcere; non considererei negativo il fatto di aver messo in cantiere la riforma del D.A.P.

Il Ministero della Giustizia ha elaborato quello che è un monumento ovvero il Nuovo Regolamento. Credo che aver approvato la legge sull'incompatibilità del carcere con i malati di AIDS ed altre patologie non sia una cosa negativa; la legge Simeone-Saraceni non è cosa negativa; come non lo sono la legge Smuraglia per il lavoro, il passaggio della medicina penitenziaria al servizio sanitario nazionale. Adesso aspettiamo l'incompatibilità del carcere con le detenute madri. Non so se questo possa apparire un bilancio di una distrazione o di una disattenzione o negativo. Poi viene il problema delle leggi come sono applicate. Ma qui ci sono magistrati. Poi c'è il problema fondamentale che oltre alle leggi bisogna cambiare le teste. E sicccome non le voglioni tagliare, è chiaro che il tutto diventa un po' complicato. Quindi, ci sono le resistenze alle riforme, al cambiamento. Non si può dire che io ho dimenticato qualcosa. Abbiamo presentato la proposta per il nuovo ordinamento penitenziario minorile; la Corte costituzionale, ormai, imponenva un intevento, un testo molto avanzato. Adesso presenteremo la riforma per gli ospedali psichiatrici giudiziari. Credo che da questo punto di vista, mi pare, sarebbe un errore non fare il salto, nel dire che questo insieme di interventi possa apparire disorganico.

Invece, noi dovremmo renderlo un progetto, farlo diventare realtà. Il vero problema è questo. Tutte queste misure non devono apparire come una somma di interventi disorganici, ma come un solo progetto riformatore. Qui, credo che sia il compito del volontariato, cioè aiutare a rendere coerente questo quadro di misure, farlo diventare un progetto e su questo lanciare una sfida all'Amministrazione ed alla società; perché, altrimenti, credo che noi non abbiamo né il miracolo né la riforma, dando delusione, demotivazione per chi lavora nel carcere, per i volontari e per i detenuti, tutti atteggiamenti giustificati e che operativamente portano al disastro.

Quindi, credo che lo sforzo che c'è oggi da fare sia questo, una scommessa.

Ho detto che il problema del sovraffollamento è un punto fondamentale.

Nel 1990 in Italia c'erano 30 mila detenuti, oggi ne abbiamo 54 mila, più 30 mila, diceva Caselli, in esecuzione penale esterna. Il problema è questo: aumenta tutto, cioè l'esecuzione penale esterna non sostituisce la carcerazione; al Parlamento Europeo c'è questo provvedimento sulle misure tecnologiche, interessantissimo, che ci aiuta a comprendere quale linea noi vogliamo seguire cioè se le misure tecnologiche o le pene alternative o sostitutive debbano realmente essere sostituive od aggiuntive. Se diventano aggiuntive, che segno culturale c'è nelle nostre società, ricche ed opulenti, che vivono nell'angoscia, nella paura e che nell'immaginario va compreso anche il problema delle vittime. Il problema non è delle vittime, ma di chi si sente potenzialmente vittima.

Anche nelle città e nei paesi più sicuri d'Italia ci si sente minacciati ed insicuri perché il messaggio televisivo, mediatico, dice che la rapina, lo scippo, il furto, la minaccia in casa, possono essere dietro l'angolo. Quindi, vi è questa paura, questa angoscia con cui dobbiamo combattere, con cui dobbiamo fare i conti e comprendere le ragioni, ragioni profonde, di settori vasti della società ; e vi è anche il problema dei colpevoli di questi reati che suscitano tanta preoccupazione così diffusa.

Sono molto trubato dal fatto che l'ultima indagine del CENSIS, riguardante la paura degli italiani, indica che l' 85% degli italiani è preoccupato e ritiene la convivenza sia minacciata dalla microcriminalità, fatta di furti, scippi ecc. . Solo il 17%, forse meno - e non vorrei sbagliare - ritiene che le attività della criminalità organizzata siano una minaccia per la democrazia e per la convievnza. Ma il problema che di più è l'altro. Questo credo sia il punto.

Mettendo assieme questo mio ragionamneto, il problema del sovraffollamento e questa percezione dei pericoli della democrazia nella nostra società, mi fa dire che noi siamo in ritardo, anche se mi pare che a giorni la Commissione Grosso presenterà il testo del nuovo codice penale. Qui sì che avrebbe ragione Ferrari nel dire che c'è un ritardo del Parlamento, di tutta la società.

Non un ritardo di 50 anni nell'approvazione, ma nell'elaborazione di un nuovo codice penale, che sia ispirato, che contenga quei beni da tutelare attraverso la extrema ratio, del ricorso alla pena, e, quindi, al carcere, alla detenzione; valori diversi dal Codice Rocco e su cui ritrovare un consenso nella società per affrontare quei comportamenti devianti con misure conseguenti; fissare dei punti basilari in un codice che definisce la base della convivenza.

Penso che questo sia il punto decisivo.

Penso che sia proprio questo, come ha fatto la Spagna, che l'Italia avrebbe dovuto e mi auguro che lo farà; un nuovo codice penale che ci dia le basi delle relazioni umane. E, quindi, l'ancoraggio alle pene alternative può essere più forte di quello attuale, perché vi sono delle pene alternative che derivano dal trattamento, dalla conoscenza del soggetto e vengono, appunto, da un percorso che viene delineato dal nostro ordinamento, attarverso la magistratura di sorveglianza e l'opera del carcere, l'osservazione della personalità.

Ma vi sono delle pene sostitutive, che noi potremmo immaginare, da dare immediatamente, al momento del giudizio ed in particolre per tutta una serie di reati che mettono una sanzione immediata, efficace; quindi, sanzioni sostitutive efficaci, riparative, convincenti per la società e la vittima.

Perché la debolezza delle pene sostitutive sta nel fatto che la nostra società ritiene le pene sostitutive siano il nulla o l'equivalente del nulla. Ed è questo è il problema con cui noi dobbiamo fare i conti e rapidamente.

Sovraffollamento, pericoli per la democrazia, il codice penale; molti sono i soggetti, usiamo ad esempio i detenuti tossicodipendenti; non possiamo immaginare di affrontare il problema dei tossicodipendenti senza delineare una politica adeguata sulle tossicodipendenze e sulla droga.

Su questo tema il confronto in Italia è molto, molto difficile, perché il carico di eccesso, di moralismo su questo tema non consente sperimentazioni adeguate.

Penso che questo sia un punto che meriterebbe una riflessione, perché ripeto, il carcere si può anche assumere, inevitabilmente, il ruolo di supplenze, che fa quello che non fanno le altre parti della società; magari - corro sempre il rischio di fare la caricatura- di sostituire la comunità terapeutica.

Possiamo torcerlo quanto vogliamo, ma alla fine il carcere è carcere, come dicono alcuni che se ne intendono. E noi non possiamo - e verrò al punto che per me è delicato- chiedere al carcere di occuparsi di soggetti più deboli, dei tossicodipendenti.

Il carcere lo fa, lo deve fare, non può mettere un cartello e dire chiuso per esaurimento dei posti; ed è poi chiaro che si deve occupare degli ospiti.

Non possiamo pensare che il problema dei tossicodipendenti lo si risolve in questo modo, senza le astinenze forzate, che favoriscono la morte in carcere o fuori al primo buco. Se non c'è una politica diversa sulla tossicodipendenza e sulla droga, ho dei dubbi a pensare che un detenuto tossicodipendente, avendo fatto dei corsi di computer, dei lavori, uscendo dal carcere possa trovare un lavoro che gli dia qualche remunerazione.

Lo pongo nella maniera più cruda perché poi non riusciamo a comprendere perché le cifre dei tossicodipendenti sono così enormi nelle carceri. Non è un problema del carcere, ma della società.

Il volontariato fa parte dela società. Un quesito vi pongo: ho il timore - e lo dico qui a voi-che il carcere sia un luogo separato e che, conseguentemente, anche il volontariato sia separato dalla società; cioè una delega , come c'è una delega al carcere c'è una delega ai volontari.

Penso che il volonatriato debba avere più forza e, quindi, le istituzioni hanno il dovere di dare più autorevolezza al volontariato.

E qui noi abbiamo fatto una parte, forse minima, nel dare più autorevolezza al mondo del volontariato per entrare in un'istituzione totale, con più prestigio, con più spazi, con più tempo ed ordine, con tutte le difficoltà.

Però questo è il problema ovvero far sì che il volontariato sappia essere- uso una parola impegnativa- "egemone" su questi temi; cioè il volontariato sia non un momento in cui le istituzioni e la società danno una delega, ma che sia un momento di impegno, che abbia una capacità sulla società, sulle istituzioni, sugli enti locali. Non che tutto si risolva nel dire, va bene il volontariato faccia. No! Il volontariato deve fare, ma deve avere anche l'autorevolezza di poter dire Voi, Comuni, Province, Regioni, Amministrazione Penitenziaria, fate poi la vostra.

Abbiamo fatto una Convenzione; dobbiamo tradurre realtà e fare delle verifiche su come vengono applicate queste convenzioni. Dobbiamo monitorare; vi è un sistema di isole nel mondo carcerario: alcuni vanno bene, altri straordinariamente bene, alcuni vanno malissimo. Questo è il quadro. Certo lo sforzo della riforma, di cui parlavo prima, è quello di rendere omogeneo al massimo livelo possibile il quadro dei 200 e oltre istituti; poi per il meglio c'è sempre il post , ma intanto rendere la realtà a livello omogeno, il più alto possibile. E qui abbiamo bisogno di informazioni su quello che succede; dobbiamo sapere prima dove non vanno le cose adeguatamente per far sì che l'Amministrazione intervenga in tempo, senza aspettare.

Penso che gli episodi concreti del giorno per giorno sono utilissimi in questo senso. Molto spesso la rubrica dei messaggi in bottiglia di A. Sofri è utile perché ci segnala sempre una cosa specifica. Adesso ho letto, ecco i messaggi da Caltanissetta, non so bene cosa stia succedendo, però bisogna vedere cosa c'è.

La quotidianeità, l'intervenire su una piccola cosa; altrimenti, se si lascia perdere si rischia di sedimentare i comportamenti.

Il problema delle pene alternative, sostitutive, tutto questo quadro che ho fatto- e condivido anche le considerazioni delle vittime-, l' Europa, la Carta dei diritti, la sua costituzione, ecco tutto questo si tiene assieme se vi è una società in cui lo stato sociale esiste; uno stato sociale che affronti questi nodi, che dia alla società una rete. Il problema delle pene sotitutive rischia di rimanere un'invocazione astratta se poi non abbiamo reti efficaci della società, di conoscenza, di rapporto. Se trionfa la desolazione, l'anomia, di non conoscersi, di non avere più reti e relazioni umane, credo che tutto questo sia estremamente difficile.

Ultima cosa sui circuiti differenziati. Durante questa estate ho pensato molto a questo argomento. Credo che meriti una riflessione.

Il circuito differenziato ha un senso positivo. Già abbiamo dei circuiti differenziati però tutto ciò ha un senso se produce - lo dico estremizzando- una "individualizzazione" del rapporto, altrimenti rimane una cosa per formare tante gabbie omogenee come negli zoo, dove ci sono bestie feroci, le scimmie e dove i cittadini possono andare verso gli animali più feroci, stare attenti alle scimmie, buttare noccioline, dare delle sardine alle foche; allora questo è un circuito differenziato che non funziona, nel senso che noi non possiamo pensare che mettendo assieme una disgrazia o una colpa omogenea miglioriamo.

Di questo sono abbastanza convinto; cioè, per esempio, non sono così convinto che se mettiamo nei circuiti a custodia attenuata solo tossici sia una buona cosa, proprio perché non siamo una comunità terapeutica.

Anche alcune comunità che ammiro, come quelle di Don Gallo, hanno superato quella visione di omogeneità. Quindi, penso che i circuiti differenziati debbano avere questo, devono essere differenziati cioè devono portare all'ottimizzazione della individualizzazione.

Il ruolo del volontariato è fondamentale; se le persone hanno avuto marginalità sociale e poi noi li coltiviamo nel loro unico essere, cioè la marginalizzazione, non riusciamo a far vedere a queste persone che c'è una realtà con più colori, in cui devono forse per la prima volta entrare; perché il problema non è del reinserimento ma è dell'inserimento nella società.

Credo che abbiamo da fare molto e contiamo su di voi.

Grazie