Carcere, una riforma dopo le chiacchiere estive

Franco Corleone on ago 26th 2010 03:34 pm

Agosto sta finendo e la vita nelle carceri prosegue nell’ordinarietà della illegalità permanente. Qualche cinico potrà vantarsi dell’assenza di rivolte e dire che non è successo nulla; che si può continuare tra morti sospette, suicidi (siamo a quota 42), malattie  e autolesionismo.
Mauro Palma sul Manifesto del 13 agosto, analizzando l’iniziativa del “Ferragosto in carcere” ha giustamente sottolineato che non mancano analisi e fotografie di una realtà che è andata degenerando. Ancora più puntualmente ha voluto richiamare il senso dell’iniziativa, forte solo se indirizzata in maniera inequivoca a voltare pagina.
Purtroppo non è né facile né semplice definire un progetto per il cambiamento radicale del carcere. Travolti dall’emergenza del sovraffollamento, anche le associazioni e i movimenti impegnati sul terreno riformatore sono stati risucchiati nell’arida contabilità della capienza reale degli istituti penitenziari, trovandosi a contestare le cifre offensive (verso la dignità delle persone) della capienza “tollerabile”. Fiumi di parole e un enorme volume di tempo ed energie nel tentativo di vuotare il mare con un secchiello.
Certo l’attività di pronto soccorso va proseguita, ma vanno anche denunciati gli autori dei crimini; in questo caso i responsabili della distruzione dei valori costituzionali sul carattere della pena e sulle modalità della sua esecuzione. Per questo non si può dare alcun credito alle promesse del ministro Alfano di facilitare le misure alternative. Meglio concentrarsi dunque sui nodi cruciali della questione.
L’attenzione al carcere è fondamentale per molte ragioni e sul significato della detenzione le parole di Aldo Moro rimangono le più umane, in particolare quelle contro l’ergastolo. ll carcere ci parla anche della giustizia, del suo funzionamento concreto e dei destinatari odierni della politica criminale dietro le leggi suggerite dall’ossessione securitaria. Se il carcere contiene la metà dei detenuti per reati (perlopiù minori) di violazione della legge sulle droghe o per reati compiuti in quanto tossicodipendenti, vuol dire che  la macchina della giustizia è soffocata e ingolfata da indagini e processi per la repressione di un tabù ideologico.
Qui sta l’origine della lentezza e della crisi della giustizia, altro che processo breve. Che aspetta il Partito Democratico a porre questa discriminante al partito della Proibizione e dello Stato etico?
Se aggiungiamo gli effetti della legge contro gli immigrati e la persecuzione contro i soggetti più deboli a causa della legge Cirielli, ci scontriamo con il volto feroce della giustizia di classe.
Allora dobbiamo urlare senza mezzi termini che il sovraffollamento non è una calamità  naturale ma un effetto voluto dagli imprenditori della paura; e che l’unica misura accettabile di capienza è quella costituzionale. Se si rispettasse lo stato di diritto, mite e laico, in Italia i detenuti non dovrebbero superare le trentamila unità.
Che fare dunque? Bisogna convincersi che la crisi non può essere un alibi; il governo e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono privi di un progetto sul carcere e sono capaci solo di parlare a vanvera di edilizia carceraria, senza neppure confrontarsi sulla qualità architettonica e la sua funzione rispetto alla riforma penitenziaria.
Forse bisogna decidere di ripartire dal quel testo del 1975 e dal regolamento di attuazione del 2000 rimasto nel cassetto:  non è più il caso di accontentarsi delle giaculatorie pseudo riformiste.
Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dell’istituzione della Polizia Penitenziaria. Non è il caso di fare un bilancio della smilitarizzazione degli agenti di custodia (battaglia che vide allora  impegnata Adelaide Aglietta con un lungo sciopero della fame)?
Io non me la sento di unirmi al coro cerchiobottista di chi sostiene che vi sono troppo pochi agenti. Dico invece che bisogna ipotizzare una nuova riforma: ad esempio concentrando i compiti della Polizia Penitenziaria sull’Alta Sicurezza, sul 41 bis, sulle traduzioni e sulla vigilanza esterna e investendo un nuovo Corpo civile dei compiti trattamentali e del reinserimento sociale dei detenuti, come avviene ad esempio in Catalogna. E da subito iniziare una campagna d’autunno per la liberazione a Natale di 10.000 tossicodipendenti illegalmente sequestrati in galera.

Articolo per la rubrica di Fuoriluogo sul manifesto del 25 agosto 2010.

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Il neuroscienziato della domenica

Franco Corleone on ago 20th 2010 07:49 am

Da fuoriluogo.it la replica alla lettera di Serpelloni sul manifesto dell’11 agosto:

Il capodipartimento antidroga interviene di nuovo sul Manifesto, stavolta in polemica con gli scritti di Giuseppe Bortone e Susanna Ronconi in merito ai test antidroga per i lavoratori. Bortone e Ronconi sostengono che le attuali metodiche di accertamento per le droghe illegali sono fuorvianti perché non distinguono fra l’uso, perfino remoto, di una sostanza e lo stato di alterazione legato al consumo recente, capace di compromettere le capacità lavorative. Ma – controbatte il dipartimento – tale distinzione non ha senso perché “la ricerca nel campo delle neuroscienze ha dimostrato la compromissione delle funzioni cognitive superiori..anche dopo mesi dalla sospensione dell’uso di sostanze”, nonché “l’alterazione del normale metabolismo del lobo prefrontale..sede..di tutto ciò che ci distingue fondamentalmente dagli animali”(sic!) e “proprio per questo esiste una legislazione che afferma che l’uso di sostanze è illegale”.
Le certezze del Dipartimento sono strabilianti, tanto quanto l’assoluta  genericità delle sue affermazioni. Le “alterazioni” del cervello sono uguali per tutte le droghe? Senza differenze nei modelli di consumo? E si può sapere se, ad eventuali “alterazioni” del cervello corrispondano sintomi di un qualche rilievo in ambito clinico (tali da giustificare l’allontanamento da alcune mansioni lavorative)? Quanto è sviluppata la ricerca in questo senso?
Ancora: poiché si parla genericamente di “sostanze”, dobbiamo pensare che anche l’uso di consumare vino ai pasti, seppure in quantità moderata, “alteri il normale metabolismo del lobo prefontale” impedendoci “di stimare correttamente il pericolo”? Oppure per l’alcol questo non vale, non perché sia meno rischioso dal punto di vista della salute pubblica, ma semplicemente perché è legale? Dobbiamo forse pensare che il nostro neuroscienziato della domenica ignori le più recenti classificazioni di rischio delle sostanze, a cominciare da quella di Bernard Roques che pone l’alcol (insieme a eroina e cocaina al primo posto) e la cannabis all’ultimo?
E poiché soprattutto di cannabis si tratta (il 64% dei lavoratori risultati positivi), raccomando caldamente al nostro la lettura del Global Cannabis Commission Report, appena uscito presso la Oxford University Press, frutto del lavoro dei maggiori esperti a livello mondiale; soprattutto del capitolo dove si analizza l’impatto dell’uso di cannabis sulla struttura e le funzioni cerebrali, scritto col contributo di Les Iversen (neuroscienziato di tutti i giorni): si vedrà che le certezze domenicali devono fare i conti coi dubbi della restante settimana.
Ultima osservazione. Nel primo intervento di Carlo Giovanardi (Manifesto, 27 luglio), veniamo definiti come “una frangia, esigua ed isolata” che porta avanti “una battaglia ideologica”. Poiché ogni nostro scritto è regolarmente chiosato dal Dipartimento, ci viene il sospetto di essere meno minoritari di quanto si vorrebbe. E che i nostri argomenti tocchino, ahimè, nervi scoperti.

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Giovanardi e il rapporto droga: numeri e nuvole

Franco Corleone on lug 7th 2010 09:41 am

Se Giovanardi, nel presentare la Relazione 2010 al Parlamento sulle tossicodipendenze, avesse voluto sorprenderci positivamente, avrebbe avuto una scelta obbligata: dedicare il documento sui dati del 2009 a Stefano Cucchi e alla sua via crucis, dall’arresto alla morte, simbolo della persecuzione e del disprezzo per i tossicodipendenti. Sarebbe stato un segno di umanità e di resipiscenza rispetto al cinismo manifestato a caldo. Invece ha pensato bene di annunciare il trionfo della guerra alla droga in Italia con la diminuzione del 25% di consumatori di sostanze stupefacenti in un solo anno.

Un milione di drogati in meno che ricorda l’altro efficace slogan berlusconiano di un milione di nuovi posti di lavoro!

Che l’ispiratore di questa linea ottimista sia l’imbonitore di Arcore è testimoniato dal commento della Presidenza del Consiglio che ha elogiato l’opera dello zar e l’azione del Governo per aver causato un evidente danno alla mafia. Ma i dati del crollo dei consumi sono incredibili. Soprattutto è incredibile che si pretenda di parlare in nome della scienza. Come è possibile che i consumatori “life time” di canapa (che hanno consumato almeno una volta nella vita) passino in un anno dal 32 al 22 per cento? Dove sono finiti, sono tutti morti in un così breve lasso di tempo? O era errata la cifra  dell’anno passato o quello di quest’anno, tertium non datur. La prevalenza life time comunque non può avere scostamenti simili. E’ inaccettabile che il governo si affidi a dati chiaramente inaffidabili per battere la grancassa politica. Forum Droghe non intende far passare questa valutazione come una bufala su cui scherzare e sta lavorando con un gruppo scientifico per contestare radicalmente il modo di lavorare del Dipartimento antidroga e per costituire un Osservatorio indipendente a disposizione degli operatori.

Con questo escamotage ancora una volta Giovanardi è riuscito a non far parlare i giornali dei dati veri, quelli relativi alle conseguenze della legge da lui promossa quattro anni fa in termini di incarcerazioni e di sanzioni amministrative.

Nel 2008 gli ingressi in carcere dalla libertà per tutti i reati erano stati 92.800 di cui dichiarati tossicodipendenti ben 30.528 soggetti, pari al 33%. Nel 2009 gli ingressi in carcere sono stati 88.066, con una flessione del 5% e le persone con problemi di tossicodipendenza ammontano a 25.180, pari al 29%. Secondo i dati della Relazione vanno aggiunti gli ingressi in carcere per violazione del Dpr 309/90 e in particolare per l’art. 73 relativo a condotte di detenzione e spaccio che riguardano 27.640 persone rispetto ai 26.931 soggetti del 2008.

Il numero delle denunce è invece nettamente più alto (36.277) e gli arresti sono stati ben 29.529.

I soggetti in carico al Sert in carcere nel 2009 sono stati 17.166, in aumento rispetto al 2008, quando erano 16.798.

Il quadro che emerge conferma, al di là di minime differenze, che il sovraffollamento che attanaglia le carcere è dovuto alla presenza di tossicodipendenti e di imputati di piccolo spaccio.

I dati relativi alle segnalazioni alle prefetture per semplice consumo sono ancora provvisori e assommano a 28.494 unità; è certo invece il dato di aumento delle sanzioni inflitte (15.923 rispetto alle 14.993 del 2008). Resta confermata la percentuale di segnalazioni per consumo di cannabis, il 72%.

Un ultimo dato che mostra il peso impressionante sul funzionamento della giustizia della legislazione antidroga è offerto dal numero di persone coinvolte in processi penali pendenti: 224.647 nel secondo semestre del 2009. Le persone in trattamento presso i Sert si attestano sulla cifra di

168.364 con una situazione del personale assolutamente carente.

Di questo quadro che conferma le analisi fatte nel Libro Bianco sugli effetti della Fini Giovanardi, presentato in occasione della Conferenza nazionale di Trieste, discuteremo martedì 13 luglio a Firenze in occasione della presentazione del volume “Lotta alla droga. I danni collaterali” sull’impatto sul carcere e sulla giustizia in Toscana della legge contro gli stupefacenti. E’ una ricerca che dà un contributo per un approccio scientifico alle politiche antidroga.

(Articolo pubblicato dal Manifesto il 7 luglio 2010. La presentazione del volume “Lotta alla droga. I danni collaterali” su www.fuoriluogo.it)

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Cacciatori di semi

Franco Corleone on mag 12th 2010 10:07 am

Articolo sulla vicenda dei due titolari di Semitalia per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 12 maggio 2010.

Nell’anno di grazia 2010 in Italia si può finire in galera per un reato d’opinione. La cronaca di questi giorni parla da sé. Da quindici giorni due giovani imprenditori di Vicchio, storico paese del Mugello, sono imprigionati a Sollicciano, il carcere di Firenze, su ordine del pubblico ministero di Bolzano per violazione dell’articolo 82 della legge antidroga, il Dpr 309 del 1990, che punisce l’istigazione, il proselitismo e l’induzione all’uso illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Nella realtà Marco Gasparrini e Luigi Bargelli  titolari di una società, la Semitalia, da sette anni a questa parte si sono limitati a vendere semi di canapa utilizzando un sito on line. L’attività è perfettamente legale in quanto la legge italiana punisce la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti in relazione alla quantità e alla presenza di principio attivo. Le Convenzioni internazionali che sono alla base della legislazione proibizionista non contemplano tra le sostanze vietate i semi in quanto sono un prodotto neutro, che non può essere assimilato alla droga. Il pm titolare dell’inchiesta, Markus Mayr, ha candidamente affermato che infatti l’arresto non è per il commercio di semi di canapa ma per l’istigazione all’uso. A sua detta, il reato procederebbe per deduzione, sulla base dei numerosi sequestri di piante coltivate con i semi provenienti dalla ditta toscana (sic!).

Ho denunciato la presenza in carcere di due detenuti “abusivi”, nel senso che occupano due posti in un carcere sovraffollato senza alcun titolo, ma come vittime di un vero e proprio abuso.

Il magistrato di Bolzano ha utilizzato un articolo che già di per sé trasuda ideologia e rappresenta un oltraggio al diritto per come è scritto. Ma ha fatto di peggio: ha forzato la lettera della legge che indica l’istigazione quale attività pubblica con un dettaglio dei luoghi tutelati (scuole, caserme, carceri, ospedali). Oltretutto, in quel famigerato articolo della Iervolino-Vassalli non si parla di istigazione alla coltivazione.

La persecuzione giudiziaria dei due commercianti fiorentini fa emergere gravi contraddizioni e  disparità nell’applicazione della legge. Nel febbraio scorso, in questa stessa rubrica commentavo una fondamentale sentenza del giudice Salvini del tribunale di Milano che ha assolto un cittadino accusato di aver coltivato in giardino sette piante di marijuana. Allora, facciamo il punto. Secondo Giovanardi, la legge non punisce col carcere il semplice uso di droga, ma solo con sanzioni amministrative; secondo l’autorevole magistrato Giorgio Salvini, la coltivazione domestica è equiparata al consumo personale e non sanzionabile con misure penali; invece per la scuola giuridica di Bolzano tutti devono essere messi in galera, consumatori e coltivatori, iniziando da Marco Gasparrini e Luigi Bargelli per il non- reato di vendita di semi.

Il codice Rocco, emblema del diritto etico, rivive nel Sud Tirolo! A pochi chilometri da Vicchio si trova Scarperia, paese produttore di coltelli: suggeriamo al pm di Bolzano di accusare di istigazione all’omicidio tutti i venditori di lame che abbiano fornito l’arma a uxoricidi. Per la par condicio, naturalmente.

Mentre il procuratore della repubblica di Venezia Vittorio Borraccetti raccomanda di arrestare solo per i casi estremi per non aggravare inutilmente il sovraffollamento delle carcere, i pm di Bolzano incarcerano allegramente, anche in assenza delle condizioni della custodia cautelare previste dal codice. Magari per soddisfare il protagonismo di esponenti della polizia giudiziaria locale che non hanno di meglio da fare che vantarsi di essere  “cacciatori di semi”. Oggigiorno molti attaccano i  principi sacri dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, mettendo in discussione che il giudice sia soggetto solo alla legge. Per difenderli,  mi aspetto che l’Associazione Nazionale Magistrati non copra per spirito di corpo i magistrati che si inventano la legge per pregiudizio  ideologico.

Venerdì il Tribunale della Libertà di Bolzano deciderà sulla sorte di due giovani incensurati, impegnati nella loro comunità (uno è vice presidente del consiglio comunale) e che hanno ricevuto la solidarietà di tutto il paese.

Senza scomodare Berlino, ci basta che ci sia un giudice a Bolzano!

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Droghe, le Ong chiedono una svolta a Ban Ki-moon

Franco Corleone on mag 6th 2010 10:03 am

Vi segnalo on line su fuoriluogo.it l’articolo di Giorgio Bignami per la rubrica settimanale di Fuoriluogo uscita oggi sul Manifesto.

Droghe, le Ong chiedono una svolta a Ban Ki-moon
“Sono fiero di mettere in vetrina [sic: to showcase nell'originale] gli sforzi dell’Unodc di combattere droghe, crimine e terrorismo promuovendo salute, giustizia e sicurezza”. Così esordisce il direttore Mr. Costa presentando il rapporto 2010 dell’ufficio delle Nazioni Unite per droga e crimine (Unodc). Il rapporto descrive compiutamente gli sviluppi del narcotraffico e di altre attività criminali e terroristiche, così come le azioni intraprese per contrastarle; tuttavia tace o glissa su varie questioni importanti. Per esempio, non fa i conti della serva, cioè non spiega come le attività di repressione del narcotraffico non possano competere con la stratosferica differenza tra il valore iniziale e finale della merce-droga, una differenza che è doppiamente blindata dalle politiche proibizioniste e dalle priorità del commercio mondiale. (Si controlla solo il 2% di 420 milioni di container che circolano annualmente, parola di Costa; e nel caso della coca, 600 $ di spesa all’origine diventano 200-220.000 euro di incasso a Milano, parola di Sette del Corriere della sera, 8.4). E trattando di droga e salute, non va oltre un cenno ai meriti del metadone, tacendo sul ruolo crescente in molti paesi delle varie misure di riduzione del danno. (A proposito, come accoglierà il nostro zar antidroga Carlo Giovanardi, che della riduzione del danno vuole cancellare perfino il nome, il rapporto intitolato “Riduzione del danno: evidenze scientifiche, impatto e sfide” appena sfornato dall’Osservatorio Europeo di Lisbona?).

E infine, parlando del ruolo delle Cso (le Organizzazioni della società civile) e delle Ong (le Organizzazioni non governative), dopo poche righe di generici elogi, dopo un cenno vacuamente trionfalistico all’apposito forum di qualche tempo fa, il documento dell’Unodc si guarda bene dal precisare che a esse è riservato solo uno striminzito ufficetto nei falansteri dell’Agenzia antidroga Onu, un unico strapuntino nella plenaria della Commissione narcotici (Cnd). Mr. Costa, per buona giunta, nell’ultima riunione della Cnd a Vienna, si è permesso di trattare a pesci in faccia le organizzazioni appena queste hanno civilmente chiesto un minimo di ascolto. Nella frenetica corrispondenza che ne è seguita tra i vari rappresentanti, il comportamento del Nostro è definito rozzo, partigiano, supponente, superbioso, umiliante, apertamente sprezzante. Risultato: il Consorzio internazionale per le politiche sulla droga (Idpc), nel quale sono federate molte Cso e Ong, ha spedito al segretario generale delle Nazione Unite Ban Ki-moon una chiara e dettagliata lettera di protesta: per rivendicare il ruolo importante e oneroso di dette organizzazioni; per rifiutare le discriminazioni che esse sono costrette a subire; per stigmatizzare gli inaccettabili comportamenti di Costa. Il suo mandato tra poco scade, quindi fermamente si chiede un nuovo direttore più idoneo ad affrontare i problemi reali, meno impegnato nei giuochi di potere e negli show di arroganza e prepotenza.

A questo punto va notato che l’Unodc, una volta ricco di potenti alleati, si avvia a diventare l’ultimo bunker delle resistenze proibizioniste, in uno scenario planetario che sta lentamente ma sicuramente cambiando. Altre agenzie dell’Onu – come l’Oms e l’ufficio per l’Aids (Unaids) – già si muovono in settori limitrofi in modi spesso diversi da quelli dell’Unodc. Molti paesi europei seguono ormai da tempo una linea assai più aperta, come è ribadito nel succitato rapporto dell’Osservatorio Europeo sulle droghe di Lisbona. Negli Usa, da sempre i primi responsabili delle politiche repressive dell’Unodc, già si sono avuti nel primo anno di Obama segni significativi di allentamento della garrota proibizionista. In America latina la ribellione contro gli ukaze statunitensi è oramai un fenomeno maggioritario, sono sempre più spiazzati quei paesi come la Colombia che insistono nell’obbedienza ai sopravvissuti della Washington di G.W. Bush. E l’Italia? ormai siamo fanalino di coda; e ai nostri comandanti si dovrebbe oramai prescrivere una cura salutare di ritirate strategiche, come quelle di cui erano diventati esperti certi loro predecessori.

Giorgio Bignami

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Carceri, il governo svuota il mare col bicchiere

Franco Corleone on apr 29th 2010 11:04 am

Stefano Anastasia commenta il decreto Alfano per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 29 aprile 2010.

Dopo la boutade dei prefabbricati in “stile L’Aquila”, il Presidente del Consiglio ha annunciato la prossima approvazione di un decreto-legge che conterrebbe l’immediata applicabilità della detenzione domiciliare per i detenuti con un anno di pena da scontare, già proposta in un disegno di legge voluto dal Ministro Alfano e attualmente in corso d’esame alla Camera dei deputati.
La scelta di un’iniziativa legislativa in materia è senz’altro condivisibile, se non altro perché ammette ciò che finora il Governo ha negato: non tanto l’insostenibilità della condizione penitenziaria, quanto l’insufficienza e l’inefficacia del rimedio finora sbandierato, quello immobiliare-edilizio del “piano carceri”. Avvedutosi dell’inutilità pratica, in tempi rapidi, di quello strumento, il Governo – cui spetta la responsabilità politica di quanto accade e di quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi nelle carceri italiane – tenta di correre ai ripari. Bene: è l’ammissione del fallimento della politica seguita finora.
Del decreto-legge promesso da Berlusconi ancora non si sa nulla, ma è presumibile che ricalchi in tutto o in parte il disegno di legge Alfano. E qui, sul merito, il giudizio non può essere altrettanto positivo. La proposta viene presentata come una sorta di detenzione domiciliare speciale per le pene e i residui pena fino a un anno, cui si affiancherebbe la messa alla prova come ulteriore elemento di riduzione degli ingressi in carcere.
Se la procedura per l’applicazione della detenzione domiciliare appare più sbrigativa della detenzione domiciliare esistente (che non riesce a drenare la popolazione detenuta con pene o residui pena inferiori a due anni), le preclusioni per titolo di reato e per etichettatura soggettiva lasciano immaginare che i margini di successo della misura siano assai limitati. A ciò si aggiunga il propagandistico inasprimento delle pene per il reato di evasione, spesso contestato ai detenuti ai domiciliari che fanno la “ora d’aria” dal vicino di casa o al bar di fronte: con un aggravamento della situazione di tali “irregolari” della vita quotidiana che costituiscono il più corposo bacino d’utenza del carcere.
Infine: individuato il lavoro di pubblica utilità come condizione della messa alla prova che sospende il processo, se ne estende la previsione alla misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale, applicato dal 1975 a oggi senza una simile contro-partita, con l’assai probabile effetto di renderne assai più difficile la concessione.
A tutto ciò si aggiunga l’obiezione più radicale: se entro in casa e mi accorgo che si sta allagando per una perdita, la prima cosa che faccio è chiudere l’acqua, poi provvederò a drenare e asciugare. Allo stesso modo, di fronte a un tasso di incarcerazione insostenibile, il Governo dovrebbe innanzitutto individuare gli eccessi punitivi (e ce ne sono!) che producono carcerazione inutile quanto dannosa (e ce n’è!). Regolate le condotte, smaltire il sovraffollamento non assomiglierebbe più al tentativo di svuotare il mare con un bicchiere.
Ciò detto, se le condizioni sempre più precarie di un Governo sotto lo scacco della Lega non consentono un cambio di registro nella politica penale, il più tortuoso percorso delle alternative al carcere può essere seguito, a condizione che mostri qualche condizione di efficacia, a partire dalle rimozione delle preclusioni soggettive, fino al potenziamento delle risorse normative e finanziarie utili a scarcerare alcune particolari tipologie di detenuti, come i consumatori di sostanze stupefacenti con problemi di dipendenza o comunque incarcerati in ragione della loro condizione di assuntori di droghe. Era questo il succo dell’appello “Le carceri scoppiano: liberiamo i tossicodipendenti”, i cui promotori stanno verificando la possibilità che il Governo faccia qualche passo anche in questa direzione, come annuncia di voler fare il sottosegretario Giovanardi. Certo, per questo Governo, per le culture che vi sono rappresentate, per le biografie di alcuni suoi esponenti deve essere un cammino particolarmente difficile e doloroso, ma se non si vuole precipitare dallo “stato di emergenza” proclamato in pompa magna nel gennaio scorso alla emergenza umanitaria della prossima estate il tempo stringe e l’amara medicina qualcuno dovrà buttarla giù.

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Carceri aperte ai giornalisti

Franco Corleone on feb 5th 2010 03:58 pm

Ho aderito a quest’appello, fatelo anche voi

L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.
Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche “un’emergenza informazione”, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali.

Primi firmatari:
Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, Gian Antonio Stella

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Terapia del dolore, la meta è ancora lontana

Franco Corleone on set 23rd 2009 09:37 am

Dalla rubrica di fuoriluogo sul Manifesto del 23 settembre 2009.

Alla ripresa dell’attività parlamentare, la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità una proposta di legge per garantire l’accesso alle cure palliative e alle terapie del dolore, attraverso una rete di presidi (hospice) e di interventi sul territorio. Sono inoltre previste norme per facilitare la prescrizione di oppiacei e di farmaci contenenti il principio attivo della cannabis, attraverso l’inserimento di un nuovo cannabinoide nella apposita tabella della legge antidroga. Il provvedimento è insufficiente, scarsamente finanziato e poco chiaro; per di più, deve ancora passare all’esame del Senato. Dunque, non sappiamo ancora se l’Italia riuscirà a superare il gap che la inchioda al ruolo di fanalino di coda, in Europa e nel mondo, su un tema delicato che concerne la qualità della vita per tanti malati, non solo terminali; per molti, la possibilità di morire in dignità. Da tempo la Oms denuncia il diffuso sottoutilizzo della morfina e il consumo pro capite di questo oppiaceo è addirittura previsto come uno degli indicatori di qualità delle cure mediche. Per dare un’idea della gravità del problema: in Italia si somministrano 46 dosi medie quotidiane di morfina contro le 1462 della Francia e le 6340 della Danimarca.

Va ricordato che già altre leggi sono stati varate per favorire l’uso dei farmaci antidolore. Nel 2001, l’allora ministro della sanità Umberto Veronesi modificò le disposizioni della legge antidroga ( Dpr 309 del 1990) che rendevano praticamente impossibile l’uso degli analgesici oppiacei, per le complicazioni burocratiche e i rischi di sanzioni che spaventavano i medici. La legge Veronesi incoraggiava la cura del dolore anche a casa e per altre patologie oltre il cancro.

Qual è allora il motivo del ritardo? Alla radice, ci sono ragioni culturali e pregiudizi ideologici. Incide la cultura della classe medica poco attenta alla sofferenza dei malati e troppo sensibile alla propaganda antidroga: molti medici si trincerano dietro lo schermo della “dipendenza patologica” che questi farmaci potrebbero procurare ai malati; o peggio, dietro il pericolo di “normalizzare” sostanze proibite.

Che le resistenze siano difficili da smontare è testimoniato dalle parole in aula dell’on. Paola Binetti, secondo cui “un ulteriore rischio da evitare è quello che l’uso degli oppioidi nella terapia del dolore possa diventare un modo surrettizio di liberalizzare l’uso delle droghe, prescritte inizialmente a scopo analgesico (sic!).

Ancora una volta, si tocca con mano il conflitto fra la “guerra alla droga” e la tutela della salute. Ciò vale per gli oppiacei, ma anche e soprattutto per la cannabis. La Oms, nel 2002, chiese che la versione sintetica del Thc (dronabinolo) fosse inserita nella tabella IV della Convenzione Onu del 1971 sulle droghe, riconoscendone appieno l’utilità medica. Stava alla Commissione sulle droghe narcotiche (Cnd), l’organo che governa il regime di proibizione internazionale, dare l’ assenso. La richiesta rimase sepolta in un cassetto per anni. Sarebbe stato imbarazzante parlare delle proprietà terapeutiche del Thc proprio mentre l’agenzia antidroga dell’Onu lanciava la nuova campagna contro i rischi “pesanti” della canapa. In Italia, la legge Fini Giovanardi ha classificato la cannabis fra le sostanze più nocive. Nel dibattito, alcuni dei suoi sostenitori parlarono di fine del “mito” della canapa medica. Dietro la propaganda tuttavia, la stessa legge inseriva un cannabinoide nella tabella delle sostanze terapeutiche. Il provvedimento approvato alla Camera ne aggiunge uno nuovo, quasi alla chetichella.

Livia Turco ha ricordato il proprio decreto ministeriale del 2007, che allargava l’applicazione terapeutica dei derivati della cannabis. Maria Antonietta Farina Coscioni ha denunciato invece le gravi limitazioni che tuttora persistono: sono autorizzati solo alcuni farmaci cannabinoidi, non tutti; per di più non sono reperibili nelle farmacie, devono essere importati, perfino a carico del paziente in alcune Asl.

Il prossimo dibattito al Senato dovrà essere l’occasione per verificare che il provvedimento aiuti davvero i malati e non si traduca in una pratica ospedalizzante. E anche per denunciare gli ostacoli che la war on drugs frappone alla scienza e al benessere dei cittadini.

Il provvedimento è scaricabile (in formato pdf).

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La protesta che smonta il piano Alfano

Franco Corleone on ago 20th 2009 02:15 pm

Articolo uscito sul Manifesto del 20 agosto 2009.

Il carcere di Firenze in questi giorni si è reso protagonista di manifestazioni vibranti per rivendicare diritti minimi alla vita e alla dignità. Sarebbe troppo sbrigativo e pericoloso parlare di rivolta, anche per non alimentare la voglia di chi vorrebbe menare le mani in nome dell’ordine e della sicurezza.
La direzione del carcere ha privilegiato la via del dialogo invece che quella dei rapporti e delle sanzioni. Ieri mattina ho partecipato a una lunga riunione con oltre trenta detenuti in rappresentanza delle sezioni del penale e soprattutto del giudiziario che è al centro della protesta per la durezza delle condizioni esistenziali.
Tutti hanno parlato, italiani e stranieri, dando una dimostrazione di solidarietà pur nella diversità di aspettative e di relazioni.
E’ stato un bagno di concretezza, attraverso la illustrazione di un catalogo di esigenze che all’osservatore esterno possono apparire banali, minime ma che nel contesto sono davvero fondamentali.
La denuncia di un pane immangiabile, di cibo scarso e scadente, dell’ora d’aria ridotta, della mancanza della doccia la domenica, dello scarso uso del campo sportivo, dei costi del sopravvitto, dell’indecenza dei materassi, della mancanza di detersivi per garantire un minimo di igiene in cella e nei bagni. Sono solo alcune delle violazioni di diritti fondamentali denunciate.
Da questo incontro è scaturita una piattaforma rivendicativa per l’applicazione del Regolamento del 2000, che doveva costituire un tassello per la realizzazione della riforma penitenziaria. Ma giace inapplicato e dimenticato nei cassetti dei sogni impossibili.
I detenuti hanno manifestato con chiarezza anche la necessità di un nuovo codice penale e soprattutto il timore di un sovraffollamento senza fine e incontrollato.
A questo proposito sanno bene il peso che una legge come quella sulle droghe comporta nell’equilibrio del carcere e hanno chiesto l’applicazione delle misure alternative per tutti e in particolare dell’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti. “Per avere una risposta per andare in comunità si aspetta un anno!” è stato il grido collettivo.
Un’altra questione drammatica emersa nel confronto è quella del rilascio del codice fiscale per gli stranieri; pare che dopo il decreto Maroni gli Uffici delle Agenzie delle Entrate facciano maggiori difficoltà e senza questo documento non si può accedere neppure ai lavori domestici del carcere. Per gli stranieri ciò rappresenta una vera tragedia. Anche il divieto di telefonate dirette ai cellulari invece che ai telefoni fissi è fonte di grave disagio.
In tanti abbiamo lamentato in questi anni il silenzio del carcere, ridotto a deposito di corpi abbandonati e destinati all’autolesionismo, l’unico linguaggio a disposizione degli ultimi della terra. Ora un primo fascio di luce ha illuminato questa enorme discarica sociale nelle giornate di ferragosto, grazie alla presa di parola dei prigionieri.
Occorrerà un impegno particolare da parte delle associazioni di volontariato impegnate sul carcere per rafforzare questo movimento nato dalla rivendicazione di bisogni essenziali e renderlo credibile come interlocutore dell’Amministrazione penitenziaria.
E’ bastata la richiesta del pane e dei materassi per ridicolizzare e sotterrare il piano carcere del ministro Alfano, che bussa cassa all’Unione Europea per l’edilizia penitenziaria.
Da oggi è chiaro che tutte le risorse disponibili devono essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita quotidiana e per rispettare il principio costituzionale sul senso della pena. Non più carceri, ma meno carcere.

Franco Corleone

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