Archive for the 'carcere e giustizia' Category

Solidarietà al Rototom Sunsplash Festival

Franco Corleone on feb 1st 2012 12:01 pm

Il 31 maggio a Tolmezzo si terrà la prima udienza del processo contro Filippo Giunta, responsabile del Rototom Sunsplash Festival, per l’accusa di “agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti”.

Negli atti di accusa, convalidati dal GIP, si legge fra le motivazioni che il Rototom sarebbe stato un punto d’incontro di persone in preda alle “suggestioni culturali riconducibili all’ideologia rastafariana che prevede l’associazione tra musica reggae e marijuana”.

Così Fuoriluogo ha deciso di lanciare un’appello per una mobilitazione in solidarietà con il Rototom e per una nuova politica sulle droghe.

L’appuntamento è in Piazza XX settembre a Tolmezzo il 31 di maggio. Aderite anche voi!

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Il corpo e lo spazio della pena a Firenze

Franco Corleone on gen 20th 2012 09:48 am

Il Presidente del Consiglio Provinciale di Firenze David Ermini
Il Presidente della 6° Commissione della Provincia di Firenze Andrea Calò
invitano alla presentazione del libro

IL CORPO E LO SPAZIO DELLA PENA
Architetture, urbanistica e politiche penitenziarie
(A cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Luca Zevi)
Sarà presente il curatore Franco Corleone
Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze

Giovedì 2 Febbraio 2012 – Ore 17.00
Sala Nicola Pistelli – Palazzo Medici Riccardi – Via Cavour, 1 Firenze

Interverranno
Salvatore Allocca - Assessore Regionale al Welfare e Politiche per la Casa
Alessandro Margara – Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana
Corrado Marcetti – Direttore della Fondazione Michelucci
Michele Passione – Componente Osservatorio Carcere dell’Unione Camera Penale di Firenze

Coordina Andrea Calò Presidente della 6° Commissione della Provincia di Firenze

RSVP – Segreteria Organizzativa 6° Commissione Dott.ssa Alessandra Tozzi 055/2760026

Vai alla scheda del libro sul sito de La Società della Ragione.

Acquista il libro sul sito di Ediesse.

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Canapa in giardino, la svolta

Franco Corleone on nov 16th 2011 10:37 am

Dalla Sardegna giungono buone notizie rispetto alla criminalizzazione della coltivazione domestica di canapa. L’8 luglio scorso, la Corte d’Appello di Cagliari ha cancellato la condanna contro due fratelli di Carbonia: in primo grado, il Tribunale di Cagliari li aveva condannati ad otto mesi di reclusione e duemila euro di multa per avere coltivato quindici piantine nella propria abitazione.
La perizia aveva accertato che solo una piantina alta 50 cm. conteneva 164 mg di Thc (quantitativo inferiore al valore della quantità massima detenibile a uso personale), mentre le altre, tra i 10 e 20 cm., non avevano materiale analizzabile.
La dott.ssa Fiorella Pilato, presidente estensore della sentenza di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, ha affrontato il problema se la coltivazione di poche piante destinate all’uso personale possa avere rilevanza penale o se invece tale condotta possa essere assimilabile alla detenzione (ad uso personale): lo ha fatto prendendo le distanze dal dictum della sentenza 28605 del 10 luglio 2008 delle Sezioni Unite della Cassazione che affermò il principio della punibilità della coltivazione “senza se e senza ma”, indipendentemente dalla quantità e dalla destinazione.
La dr.ssa Pilato sottopone a serrata confutazione l’assunto della Cassazione secondo cui la coltivazione “merita un trattamento diverso e più grave” rispetto alla detenzione, per il solo fatto di aumentare la quantità complessiva di stupefacenti presenti sul mercato (sic!). Questa affermazione apparentemente logica si mostra invece come un vero e proprio paralogismo. La quantità di stupefacenti  presente sul mercato è nell’ordine di svariate tonnellate e non è certo qualche piantina che può aumentarla significativamente. Ma paradossali sono le conseguenze: il verdetto della Suprema Corte spingerebbe il consumatore, la cui attività è penalmente irrilevante, a rivolgersi al mercato illecito e clandestino incentivando lo spaccio e i proventi di una attività criminale. Conclude la dr.ssa Pilato: “Soltanto in astratto può affermarsi che qualsiasi coltivazione rappresenti un disvalore assoluto”.
La sentenza delle Sezioni unite della Cassazione afferma che la risoluzione del problema della droga “deve essere circoscritta al legislatore e ad esso soltanto è la responsabilità delle scelte circa i limiti, gli strumenti, le forme di controllo da adottare”, volendo con ciò limitare il potere di interpretazione delle norme da parte del giudice. Ma, in contrasto con quanto dichiarato, si arroga il diritto di aggravare le disposizioni di una legge già estremamente punitiva per l’introduzione di un’unica tabella per tutte le sostanze; e perfino di andare oltre il dettato della Convenzione internazionale di Vienna del 1988 che (par. 2 dell’art.3) equipara la coltivazione per consumo personale al possesso e all’acquisto. Come ho già scritto, la sentenza della Cassazione è culturalmente mediocre e senza alcun  pregio giuridico, frutto solo del pregiudizio ideologico e moralistico.
Infine, la dr.ssa Pilato ribadisce l’interpretazione contenuta in una sentenza del Tribunale di Milano: gli articoli 26 e successivi, che stabiliscono le pene per la coltivazione, si riferiscono alle attività di carattere industriale, non ai vasi sul balcone. Perciò, gli atti dei due fratelli di Carbonia sono stati rimessi al Prefetto per le sanzioni amministrative previste dall’art.75 per il consumo personale.
Dopo la magistratura, sarebbe ora che anche la politica battesse un colpo.

Articolo di Franco Corleone per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 16 novembre 2011.

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Droga, la giustizia sbagliata

Franco Corleone on ago 10th 2011 10:52 am

Chi vuole capire il peso della “guerra alla droga” sull’operato delle forze dell’ordine e sull’amministrazione della giustizia ha molto da imparare dal film “L’uomo sbagliato”, prodotto dalla Rai e andato in onda nella serata del primo agosto. Il film s’ispira ad una vicenda giudiziaria purtroppo realmente accaduta: un giovane sarto di Torino (impersonato da Giuseppe Fiorello) è arrestato e, nonostante la sua innocenza, riconosciuto colpevole di traffico di droga in ben tre gradi di giudizio.
Il drammatico equivoco nasce dall’errata identificazione di un’auto sospetta e il malcapitato sarto viene arrestato e subito picchiato selvaggiamente dai carabinieri. La via crucis ha inizio: il pestaggio non scandalizza nessuno perché “giustificato” dalla rabbia dei rappresentanti dell’ordine per la recente morte di un collega vittima della criminalità. Sarebbe facile riconoscere l’estraneità dell’innocente ai fatti addebitati se il pubblico ministero e lo stesso avvocato (capace solo di suggerire la scorciatoia del patteggiamento) non fossero accecati dal pregiudizio e dalla volontà di ripulire il mondo. Accade così che le prove dell’innocenza non siano neppure prese in considerazione di fronte alla parola di sei carabinieri e il protagonista è sbattuto in carcere con una condanna a diciotto anni.
Il film mette in luce diversi nodi della crisi della giustizia, ad iniziare dalla sudditanza del PM nei confronti delle forze dell’ordine. Ma l’aspetto fondamentale è il conflitto palese fra la logica di “guerra” che guida l’azione degli apparati di repressione, da un lato, e le ragioni della giustizia, dall’altro. Non a caso, anche quando il capitano dei Carabinieri che ha operato l’arresto, insieme ad un suo sottoposto, si accorgono dell’errore di identificazione, preferiranno tacere per non “indebolire” la lotta alla droga e ai trafficanti di morte. Insomma, agli occhi del capitano, eroe della lotta alla criminalità, la crociata del Bene contro il Male giustifica anche la distruzione della vita di un innocente.
Sarebbe troppo facile liquidare la storia addebitandola alla classica mela marcia. Il veleno è più diffuso e risiede nell’ideologia bellica imperante che stravolge la corretta applicazione di una legge penale. C’è di più. Gli strappi antigarantisti contenuti nel corpo stesso della legislazione “emergenziale” sulle droghe, se da un lato sono lo specchio della logica guerriera, dall’altro facilitano l’abuso e la sopraffazione. Quando la legge consente gli acquisti simulati, le notifiche ritardate, le infiltrazioni degli agenti, si spalanca il tunnel delle “operazioni eccezionali”, dei rapporti pericolosi con pentiti, provocatori e criminali. Così si spiegano altri scandali simili a questo: come la vicenda del capo dei Ros, il generale Ganzer, condannato a 14 anni di carcere per falsi sequestri a scopo di propaganda mediatica e di autopromozione e per collusione con spacciatori. Il generale è rimasto comunque tranquillamente al suo posto. Come si vede son tante le caste e le cosche!
Ancora, lo sceneggiato televisivo offre una coraggiosa denuncia della violenza presente nelle carceri, a cominciare dal comportamento da aguzzino del direttore. Da notare: ci vorranno ben cinque anni per smascherare gli errori e le menzogne del capitano dei Carabinieri e per ottenere la revisione del processo. Il processo veloce e la certezza della pena sono una realtà riservata ai tanti Stefano Cucchi che riempiono le carceri italiane.

Articolo per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 10 agosto 2011.

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L’ergastolo bianco di chi vive da detenuto (ma non lo e più…)

Franco Corleone on giu 20th 2011 04:25 pm

Si chiamano internati: sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. Un residuo di archeologia giuridica che viola la Costituzione.
Vivono in carcere a tempo indeterminato, senza un fine pena perché una pena da scontare non ce l’hanno. Dovrebbero lavorare, ma per la maggior parte del tempo oziano in cella, a fianco dei detenuti, A oggi sono circa trecento gli internati nelle case di lavoro, persone giudicate socialmente pericolose o delinquenti abituali e sottoposte a una misura di sicurezza detentiva anche dopo aver pagato il loro debito con la giustizia. In teoria la loro condizione non dovrebbe equivalere a quella di chi sconta una pena. Di fatto, però, la distinzione tra detenuto e internato è solo sulla carta e quelle che si chiamano case di lavoro spesso sono dei penitenziari da cui si rischia di non uscire più. L’altro rischio è di finire nelle porte girevoli delle misure di sicurezza detentive per cui si rientra in cella appena dopo esserne usciti.
Gli internati chiamano la loro condizione “ergastolo bianco”, perché la misura di sicurezza può essere prorogata illimitatamente, come ha denunciato Laura Longo, presidente del tribunale di sorveglianza dell’Aquila, che lo scorso febbraio, dopo l’ennesimo suicidio tra gli internati nel carcere di Sulmona, ha scritto una dettagliata relazione al ministero della Giustizia. La relazione denuncia, tra le altre cose, il meccanismo dei rinnovi continui della misura di sicurezza: non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità.
Le Case di lavoro, poi, rispondono a una concezione ottocentesca ripresa, nel 1930, dal codice Rocco ancora in vigore. In più c’è il problema del lavoro da svolgere; al momento non risultano cooperative sociali o aziende esterne che diano impiego agli internati. Le sole attività svolte sono quelle per l’amministrazione penitenziaria, In questo caso
non c’è un contratto e al massimo si guadagnano cento o duecento euro al mese, perché il capitolo di spesa per i pagamenti dei detenuti lavoratori si assottiglia sempre di più. Risultato: sia detenuti che internati, quando va bene, lavorano poche ore a settimana e a periodi, perché per far lavorare un pò tutti si organizzano gruppi a rotazione.
Franco Corleone, garante dei detenuti di Firenze, parla di “reperto di archeologia giuridica” tornato in auge: “Negli ultimi tempi c’è stato un revival di questo tipo di misure. Ma sono norme scritte prima della Costituzione, e si vede”.

Articolo di Gina Pavone da Il Venerdì de La Repubblica, 17 luglio 2011

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Quando hanno aperto la cella

Franco Corleone on giu 20th 2011 12:45 pm

Arci di Ferrara
CGIL
La Società della Ragione

con il Patrocinio del Comune di Ferrara

Mercoledì 29 giugno – ore 18
Mel Book Store
Piazza Trento e Trieste
Palazzo San Crispino
Sala dell’Oratorio

Paolo Boldrini, Direttore de La Nuova Ferrara
insieme a
Rudra Bianzino
Ilaria Cucchi
Patrizia Moretti
Lucia Uva

presentano il volume edito da il Saggiatore
Quando hanno aperto la cella

Saranno presenti gli autori
Luigi Manconi e
Valentina Calderone

Letture di Fabio Mangolini

Quelle foto di Stefano Cucchi. Quel corpo prosciugato, quella maschera di ematomi sul viso, un occhio aperto, quasi fuori dall’orbita. Quella morte di Federico Aldrovandi, quel giovane riverso a terra, le mani ammanettate dietro la schiena, esanime. Quelle urla di Giuseppe Uva, dentro la caserma dei carabinieri di Varese. Quelle sue foto col pannolone da adulto incontinente, imbrattato di sangue. Quelle facce gonfie, viola, i rivoli di sangue. E tutte le altre storie, rimaste ignote, oppure richiamate da un trafiletto di giornale, e già dimenticate. Giovanni Lorusso, Marcello Lonzi, Eyasu Habteab, Mija Djordjevic, Francesco Mastrogiovanni. E molti altri. In Italia in carcere si muore. Alcuni sono suicidi, alcuni no. E si muore durante un arresto, una manifestazione in piazza, un trattamento sanitario obbligatorio. Dietro le informazioni istituzionali spesso c’è un’altra storia. Un uomo che muore in carcere è il massimo scandalo dello Stato di diritto. Quando hanno aperto la cella ce lo racconta. Luigi Manconi e Valentina Calderone ascoltano, raccolgono e portano alla luce storie di persone – spesso giovani – che entrano nelle carceri, nelle caserme e nei reparti psichiatrici e ne escono morte. In ognuna di queste morti, la morte dello Stato di diritto.

iniziativa nell’ambito del Festival dei Diritti 2011
sostenuto da Comune di Ferrara, Provincia di Ferrara, Regione Emilia Romagna

(via fioreblog)

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5 anni dopo la legge Giovanardi sulle droghe

Franco Corleone on giu 10th 2011 01:32 pm

Conferenza stampa di presentazione del convegno “Droghe e tossicodipendenza. Il proibizionismo alla prova dei fatti”. Da Radioradicale.

(via fuoriluogo.it)

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Droghe e tossicodipendenza. Il proibizionismo alla prova dei fatti

Franco Corleone on mag 30th 2011 11:46 am

Magistratura Democratica|Forum Droghe|Gruppo Abele|NarcoMafie
con il patrocinio della Provincia di Roma

Droghe e tossicodipendenza
Il proibizionismo alla prova dei fatti

Roma, 10-11 giugno 2011
Sala della Pace “Giorgio La Pira” – Palazzo della Provincia – Via IV Novembre, 119/A – Roma

Programma

VENERDÌ 10 GIUGNO 2011

ore 9.00: Saluto e introduzione ai lavori
Cecilia D’Elia, Vicepresidente della Provincia di Roma
Luigi Marini, presidente di Magistratura democratica.

prima sessione
Le droghe nel mondo

ore 9.30: Le convenzioni internazionali e le politiche globali.
Grazia Zuffa, Fuoriluogo
Alessandro Donati, consulente WADA (agenzia sulle sostanze dopanti)

ore 10.10: Produzione e traffico in America Latina ed Europa. Le false piste del crimine organizzato.
Giovanni Melillo, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Napoli.
Mónica Cuñarro, Fiscal e professora all’università de Buenos Aires.

ore 10.50: Indirizzi alternativi alla war on drugs: il caso della Commissione latino americana su Droghe e Democrazia.
Amira Armenta, Transnational Institute di Amsterdam.

Ore 11.20: La questione delle droghe illecite: strategie di contrasto della povertà in Brasile.
Rubens Roberto Casara, magistrato – Brasile

ore 12.30: Dibattito

seconda sessione
La risposta tradizionale alle dipendenze: repressione penale, carcere. Esperienze a confronto

ore 15.00: – La legislazione in materia di stupefacenti, l’abuso della risposta giudiziaria e gli effetti sul carcere.
Giuseppe Cascini, magistratura democratica.
Martin Vazquez Acuna, giudice del Tribunale Orale penale Nº1 della città Autonoma Nº 1.

ore 15.45: – La pena per i tossicodipendenti nell’esperienza italiana e latino-americana. L’impatto delle politiche di controllo della “narcocriminalità” nei confronti delle donne. Tensioni con il diritto antidiscriminatorio.

Graciela Julia Angriman, Juzgado en lo Correccional No. 5 Departamento Judicial de Moron, Provincia de Buenos Aires. Argentina.
Emilio Santoro, sociologo del diritto, Università di Firenze

ore 16.30: – Le misure alternative per i tossicodipendenti nell’esperienza italiana.
Claudio Sarzotti, Antigone

ore 17.15: – Il caso Italia a cinque anni dalla nuova legge.
Carlo Renoldi, magistratura democratica.

ore 17.30: dibattito

SABATO 11 GIUGNO 2011

terza sessione
Appunti per una risposta alternativa al panpenalismo.

ore 9.00:- Politiche penali, politiche sanitarie, controllo sociale. Le politiche nei confronti dei consumatori: sicurezza vs prevenzione.
Riccardo De Facci, responsabile del settore dipendenze del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza.
Mónica Cuñarro, Fiscal e professora all’università de Buenos Aires.

ore 9.45: – Le nuove frontiere di riduzione del danno in carcere e la tutela della salute dei consumatori detenuti.
Alessandra Cerioli, presidente della Lila
Martin Vazquez Acuna, giudice del Tribunale Orale penale Nº1 della città Autonoma Nº 1.

ore 10.30: – Città, politiche delle droghe e politiche securitarie.
Grazia Zuffa, Fuoriluogo

ore 11.15: – Presentazione del documento finale dei lavori.
coordina:
Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna.

Ne discutono
Franco Corleone, Forum droghe.
Leopoldo Grosso, Gruppo Abele
Stefano Anastasia, Antigone
Rubens Roberto Casara, magistrato – Brasile
Martin Vazquez Acuna, giudice del tribunal oral – Argentina.

ore 12.15: -Conclusioni
Piergiorgio Morosini, Segretario generale di magistratura democratica.

Aderiscono all’iniziativa:
Antigone; CNCA (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza); Il coordinamento dei Garanti dei diritti dei detenuti; La Società della Ragione; Fondazione Michelucci

Note organizzative:
La sera del 10 giugno: elaborazione e discussione di un documento tra i magistrati
Con la collaborazione di Apdes; Fondazione Basso; Provincia di Roma

per informazioni:
Tiziana Coccoluto – tiziana.coccoluto@giustizia.it (tel 3474929619)
Carlo Renoldi – carlo.renoldi@giustizia.it (tel. 3804699075)

(via fuoriluogo.it)

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Europa e reato di clandestinità

Franco Corleone on apr 30th 2011 11:49 am

La sentenza della prima sezione della Corte di Giustizia Europea del 28 aprile 2011 ha una valore rilevante dal punto di vista dei principi giuridici. La condanna subita dall’Italia, colpisce l’introduzione del reato di clandestinità, che viene ritenuto incompatibile con le norme europee sull’asilo e sul rientro assistito. La condanna riguarda anche la normativa sulle previsioni dello status degli immigrati irregolari che in base all’art. 14 della legge Bossi Fini vengono incarcerati per inottemperanza al decreto di espulsione.
La sentenza richiama i contenuti della Direttiva 115 del 2008 e chiarisce che essa ha un valore cogente per il nostro Paese. Questa situazione impone dunque degli atti immediati da parte dei giudici dell’esecuzione per i condannati definitivi, e da parte dei giudici della cognizione per i procedimenti in corso: cioè devono provvedere all’immediata scarcerazione delle persone arbitrariamente detenute.
I Garanti dei detenuti in tutte le realtà in cui sono presenti, solleciteranno i magistrati a compiere gli atti dovuti.
Sono certo che le Camere Penali e gli avvocati procederanno subito con le azioni di loro competenza.
Non so quanti siano i detenuti presenti nelle carceri italiane in queste condizioni, ma è possibile che scopriremo che una delle ragioni del sovraffollamento è proprio dovuta all’applicazione di questa legge criminogena.

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Carcere e Costituzione

Franco Corleone on apr 19th 2011 12:39 pm

Intervento al Convegno Carcere e Costituzione promosso con la collaborazione della Camera Penale di La Spezia dal 15 al 16 aprile 2011 (Da Radioradicale)

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